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Villa Guidotti, esterno giorno. Ci troviamo in uno dei quattro luoghi che le cento persone che si autodefiniscono, peraltro senza alcuna convincente ragione, la crème della città considerano gli unici possibili dove praticare determinate attività umane. Per la festa di matrimonio o di laurea, nello specifico, non può concepirsi alternativa possibile a Villa Guidotti, almeno nell’emisfero boreale. E infatti, manco a dirlo, è proprio un matrimonio quello che si sta festeggiando in villa in questo momento. In sposa va la figlia del direttore dell’Istituto di Letterature Comparate della città. A voler proprio essere sinceri il direttore in questione non è mai entrato a pieno titolo nel cerchio di quelli che contano e per dirla tutta a Villa Guidotti avessero potuto non lo avrebbero neanche fatto entrare. Quel piccolo mondo non lo ha mai accettato e nonostante i suoi sforzi e con suo grande cruccio ha continuato a respingerlo come un parvenu, un buzzurro, un impresentabile. A nulla è servito iscriversi al Rotary Club, cercare di introdursi negli ambienti politici ed ecclesiastici giusti. Il suo aspetto sgraziato, i modi rozzi, l’origine meridionale, la donna che ha sposato, un ex bidella dal cipiglio popolano, tutto ha contribuito ad escluderlo e a farlo considerare con un certo malcelato disprezzo dalla città bene. Oggi però è una buona occasione per riappropriarsi del ruolo che gli spetta e nessuno ha potuto sottrarsi all’invito: non mancano il rettore e famiglia e quasi tutti gli ordinari che contano. Eccolo lì il brutto anatroccolo dei direttori che zampetta tra un gruppuscolo di invitati ed un altro, dispensando battute e gentilezze. Pare tutto soddisfatto e non si accorge dei sorrisetti di disprezzo che spuntano sul viso degli ospiti appena gira le spalle.
Osserviamo la festa dall’alto. Tutto pare procedere noiosamente, come da copione. La signora Giuseppa, mamma della sposa, parla ad alto volume con voce sguaiata dicendo cose impresentabili e tutti fingono di sorridere mentre si appuntano mentalmente ogni parola per spendersela al tennis club domani stesso. Poco più in là un capannello di galline imbellettate con sobria e costosissima moderazione, attornia adorante l’ex giovane ma sempre belloccio dottor Franco Maraldi, attualmente professore associato presso università di provincia ma con grandi ambizioni per il futuro. Il professorino, dal canto suo, impeccabilmente pettinato, le ricambia con una miriade di garbate idiozie e sorrisetti allusivi dispensati con affettato compiacimento.
La figlia del compianto professor Tondelli, decano della facoltà di ingegneria, nonché moglie del belloccio e vestale della sua carriera, osserva la scena da lontano con bonaria comprensione mentre conversa con alcune colleghe. Ha imparato con gli anni a scegliere con stupefacente sicurezza all’interno del suo limitato vocabolario solo parole irte di erre per poter sfoggiare la propria aristocratica evve moscia. Va da sé che il significato delle suddette parole viene a rivestire un’importanza del tutto secondaria nell’impianto del discorso. “Chi povta in povto le povte, pavta dai povti e povti in povto le povte apevte” sta dicendo adesso mentre le amiche annuiscono con convinzione.
E’ proprio in questo momento di perfezione assoluta che da uno dei tondi tavolini riservati ai parenti della sposa prende a levarsi un vociare confuso che stona con l’atmosfera placida della sala. Il giovane dalla cravatta allentata e l’espressione congesta che sta dando in escandescenze è il rampollo della famiglia della sposa e fratello della suddetta. Quando è nato, ventinove anni prima, il da poco immigrato abruzzese, ricercatorino presso la facoltà, e la popolana Giuseppa pensarono di appioppargli un nome che sancisse la sua indiscussa appartenenza alla top class della quale smaniavano di far parte. Tra tutti scelsero Teo. Molto “in”, per carità, ma un diminutivo, non un nome. Teodoro o Matteo, per gli amici Teo, non il contrario. Come se uno si chiamasse Cicci o Pippo o Dodo. Chissà se nell’intimità la fidanzata lo chiama Teodoro. Teo detto Teodoro. Comunque, per tornare alle voci intorno al tavolino, quest’oggi il nostro Teo si è calato una pasta di troppo ed è arrivato al matrimonio già un po’ sverso. Gli girano i coglioni di tutta ‘sta pompa magna per l’odiata Cleofe che è sempre stata la perfettina della famiglia e da mesi non si parla d’altro che di ‘sto cazzo di matrimonio. Tra l’altro quel pezzo di merda di Carlos ieri aveva finito le lente e gli erano rimaste solo delle veloci. E a lui le veloci gli fanno un effetto brutto se non butta giù anche due lente a controbilanciare. Così è arrivato che già avrebbe ammazzato tutti quelli che vedeva e gli sembrava che tutti lo guardassero storto e quando gli sembrava che tutti ce l’avessero con lui di solito buttava male, questo l’aveva imparato. Buttava male e finiva peggio. Mentre pensava a come procurarsi un mitra aveva cominciato a bere per calmarsi un po’ e cercare di far rallentare il cuore che sembrava gli volesse uscire dal petto rovinando la fottuta camicia che era stato costretto ad indossare. Fatto sta che a forza di bere si era ciucciato almeno due bottiglie di qualcosa di cui non ricordava nemmeno il sapore e adesso non solo non stava meglio ma gli sembrava di soffocare.
“Ehm, Tè (a quanto pare esiste anche il diminutivo del diminutivo), non ti sembra di aver bevuto un po’ troppo?” dice con compita educazione una cugina che indossa una gonna gialla tutta plissettata che sembra un ferrero rocher.
“Vaffanculo troia!” urla a squarciagola il Tè, con le vene del collo che sembrano le forcelle di una Mountain bike da competizione.
Tutti gli invitati si girano e poi si rigirano facendo finta di fare finta di non aver sentito.
“Eh no, stavolta no! -pensa disperato il direttore- stavolta non mi rovini tutto, brutto stronzo” e si dirige velocemente, per quanto gli è possibile, verso il tavolo di quel tossico di merda del figlio che nel frattempo si è alzato in piedi e ha preso a sbraitare come il vecchio Ozzy Osbourne in concerto.
“Siete tutti dei figli di puttanaaaa! -grida facendo durare a lungo la a- Fate schifoooo!”. Aggiunge facendo durare almeno attrettanto la o.
Nel frattempo il padre è arrivato al tavolo ansimante. Purtroppo non fa in tempo ad aprire bocca che l’occhio sinistro iniettato di sangue del prode Teo lo adocchia.
“Sei arrivato anche tu stronzo di merda!”. Il volume a questo punto è tale che sarebbe ridicolo far finta di non sentire. Non senza sollievo tutti i convitati si girano e si apprestano a godersi la scena.
“Avete sempre voluto più bene a leeeiiii! Io vi ho sempre fatto schifoooo!!!”
“Teo statt’ calm..” balbetta in abruzzese il pover’uomo che il dramma in atto ha fatto regredire al linguaggio dell’infanzia.
“Calmo un cazzo! E invece lo devono sapere tutti che quella puttana di mia sorella si è chiavata tutta la cittààà”.
Brusio in sala e risatine. Il momento di gloria del povero direttore va in frantumi pubblicamente come uno swarovski sotto i denti di Tyson. I parenti dello sposo sono tutti in piedi.
Da cosa si riconosce il vero talento di un uomo di successo? Dalla scelta dei tempi naturalmente. Mentre un comune mortale esita, si distrae, ci pensa in ritardo, un vero uomo di successo coglie al volo, approfitta, sfrutta. La ghiotta occasione per fare il figurone del salvatore di fronte al gotha dell’accademia cittadina e, di fronte a cotanto pubblico, domare l’indemoniato, non può sfuggire al dott. Maraldi, pettinatissimo eroe dalle belle speranze. Tra l’altro lui il bastardello lo conosce fin dall’infanzia. Sarà un gioco da ragazzi.
Con passo sicuro l’aspirante domatore percorre la sala tra gemiti femminili di ammirazione e si avvicina al pazzo che nel frattempo insiste sul filone che sembra riscuotere maggior successo.
“Lo vogliamo fare l’elenco di tutti quelli che ti sei scopataaaaa?” grida all’indirizzo della sposa che nel frattempo ha lasciato la sala piangendo.
“Teo, calmati” dice con voce impostata da Arnoldo Foà il dottor Clooney mentre appoggia la mano sul braccio del discolaccio con paterna e virile dolcezza.
Il pugno che dal basso verso l’altro intercetta il mento regolare e sbarbato del coraggioso paciere è teso e cattivo. L’espressione idiota di stupore del belloccio che si accascia al suolo è antiestetica e rovina il paziente lavoro d’immagine frutto di anni di ininterrotta applicazione.
A questo punto la situazione precipita. Tutti cominciano a urlare e alcuni baldanzosi si precipitano sul pazzo per bloccarlo. Non si sa chi chiama la polizia e il 118.
Quando i militi arrivano e portano via Teo detto Teodoro detto Tè per un bel ricovero coatto, gli invitati sono quasi tutti andati via scuotendo il capo tutti gongolanti. Questa si potrà raccontarla per mesi e mesi.
In un angolo della sala, seduto a capo chino, il direttore rimasto solo guarda per terra e parla tra sé e sé. Se ci avviciniamo possiamo sentire le sue parole amareggiate.
“Uueeeee! Shtatt’ calm tu! Tu n m c pij p cul a mi! Tu sci ditt c sor’t è na troij!. E i t’acciiiiid!!!»

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