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Ti guardo. Stai attento che ti guardo.
Non mi sfugge il tuo scivolare lungo la mezzeria come un ratto nel tentativo di accaparrarti spazio a sinistra. Troppo a sinistra per non avere in mente quel che entrambi sappiamo.
Ti informo che ti ho capito. Accorcio la distanza dalla macchina di fronte, la riduco ad un pugno di centimetri, che ti sia chiaro per sempre che questo è un muro, una barriera di lamiera e cazzo duro che non la infrangi manco a cannonate.
Com’è ovvio fai mostra di non accorgerti di nulla, traffichi col cellulare, picchietti sul volante.
Sei un furbacchione di merda.
Così eccoci qui, immobili, come nello screenshot di un videogame da poco. Sappiamo entrambi che il momento buono arriverà nell’istante esatto in cui l’anaconda obesa della fila riprenderà a strisciare la pancia sull’asfalto. Allora ci fronteggeremo, mostreremo di non temere la collisione, ci precipiteremo ad occupare lo spazio che abbiamo davanti ai musi e chi avrà paura frenerà. E perderà.
Tu comunque mettiti il cuore in pace e rassegnati: io la paura non so che sia. Ho il cuore fatto ardito dal diritto. Ho il diritto dalla mia, che si è costituito nel tempo. Tempo che mi ha macerato il culo su questo sedile, dalla parte giusta della fila, ad aspettare onestamente il mio turno. Tu dalla tua hai il costume della larva saprofita che cerca sempre di non pagare il fio, di chi usa il sopruso come metodo e la vigliaccheria degli altri come chiave che apre ogni porta. Sei l’ossiuro cieco che si dimena intorno all’ano, sei il necrofago che attende che la morte si prenda il più debole della mandria, sei l’avvoltoio che aspetta di spolpare gli scarti ancora bagnati dalla saliva delle leonesse.
Ma stavolta ti è andata male.
Ti fisso cattivo, con intenzione, cerco il tuo sguardo o alla peggio quello del compare che ti sta seduto a fianco. Mi vedi, mi vedete con la coda dell’occhio ma state ben attenti a non voltarvi, evitate il contatto visivo come tutti quelli che hanno l’animo lurido e una fogna nel cuore. Collo rigido su cui stanno appollaiate facce come deretani.
Ecco. Dieci o quindici macchine avanti, le luci degli stop cominciano a spegnersi in successione, come un dòmino di lampi rossi che mi si fa incontro .
Spingo la prima furtivo, senza muovere la spalla, premo l’acceleratore con discrezione e porto il numero dei giri a quello ottimale per non avere vuoti allo scatto, che mi sarebbero fatali.
Una frazione di secondo prima che tutto si decida, il finestrino del compare si abbassa e vomita fuori un braccio con attaccata una paletta bianca e rossa. Intanto il conducente fa lo stesso dal suo lato e si appiccica sopra la testa un lampeggiante che emana bagliori bluastri. Un guaito prolungato di sirena paralizza tutti e mi ferma il cuore; le gomme balzano in avanti e di lato con un gemito straziante, come di felino che si accoppia nella notte.
Gli occhi dei due mi cercano, stavolta, e sono tremendi. Con la mano che trema cerco di innestare la marcia indietro ma non ci riesco, mi inciampo, mi ingarbuglio, tento e ritento in un tempo che sembra senza fine. Finalmente riesco a ritirarmi e lascio che la macchina urlante penetri come burro la coda che mi sta di fronte.
Il passeggero con la paletta mi lancia un ultimo sguardo che trapassa il parabrezza e mi colpisce in faccia.
La mia mano destra si alza e supplica il perdono. Un sorriso imbelle e acquoso mi storce il viso senza collo.

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