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Che bastarda stupefacente.
C’erano qualcosa come un milione e trecentomila elefanti in africa nel 1979. Oggi sono poco più di trecentomila. Ultimamente il massacro ha preso un ulteriore abbrivio: in questo momento ci aggiriamo sui ventisettemila animali abbattuti all’anno. Tutto ovviamente solo per strappar loro i denti e venderli a peso d’oro al mercato legale e illegale dell’avorio. I denti dei ranger morti per difendere la fauna dei parchi dai bracconieri invece non interessano a nessuno ed è concesso loro il privilegio di portarseli nella tomba. Eppure ce ne sarebbero a sufficienza per fare non pochi gioiellini, visto che le vittime sono centinaia. Mal pagati e mal tutelati in questa specie di guerra contro organizzazioni numerosissime e armate come eserciti.
Non so se tutti quelli che si aggirano per il nostro mondo hanno mai visto un elefante. A chi lo ha visto non c’è nulla da spiegare. A chi non lo ha visto, nell’eventualità che nella vita non faccia in tempo ad ammirarne uno vivo, mi piacerebbe recitare questi pochi versi di Jacques Prevert, a scopo di consolazione.
Éléphant/Tu es plus beau qu’un nuage/ Le nuage pleut quand il crève/ mais toi tu te fous des marchands de parapluies/ Et quand tu te promènes avec ta femme et tes/ petits dans ton paysage/ Tu es plus beau qu’un nuage/ Une véritable chose vivante…
Elefante/ Sei più bello di una nube/ La nube piange squarciandosi/ ma tu te ne freghi dei venditori di ombrelli/ E quando vai a spasso con tua moglie e i tuoi piccoli nel tuo paesaggio/ Sei più bello di una nube/ Una vera cosa vivente…
Che stupefacente bastarda. Questa vita, intendo. Qualche giorno fa una signora mi ha espresso i suoi dubbi riguardo ad un’interruzione di gravidanza che aveva programmato. Vede dottore quello che mi trattiene è che sono vegana. E dunque? Mi spieghi. Io non uccido nessun animale per cibarmene, nemmeno un moscerino, e non so se qui, se qui sia la stessa cosa, capisce? Dilemma etico. Per fortuna qui non si trattava di un sacrificio al bieco scopo di nutrirsi e la cosa si è risolta facilmente.
Che bastarda stupefacente che è la vita, ecco, e questo mondo fottuto che la ospita. Siamo stati venduti, mi dice X, ad una società diversa. Una società di pirati.
Venduti.
E a me ritornano in mente i mercati medievali di schiavi a Verdun, in Yemen, a Roma e quelli attuali in Libia e Niger, con trattative e listini prezzi di carne viva. La nuova società ci odia, continua X, e fa di tutto per liberarsi di noi perché abbiamo ancora un vecchio contratto mentre loro preferiscono gli interinali. Quelli li chiami al mattino alle 8 e dici loro “alle 10 c’è bisogno” e ‘sti cristi partono da dove sono sono per venire a lavorare qualche ora. Poi magari dopo un po’ le cose cambiano e allora, mentre guidano, si sentono arrivare un’altra telefonata: “Non servi più alle 10, vieni alle 13”. Poi ci sono quelli con i contratti a giornata, che sono già fortunati perché la maggior parte invece si devono accontentare di quelli di cinque ore modificabili in itinere. “Anche se ti avevamo detto che avresti lavorato fino alle 5 oggi non c’è abbastanza: alle 2 te ne puoi andare”.
Bastarda stupefacente. Perché non è che non ci siano mai stati bambini che soffrono, poveri che muoiono, paesi dimenticati, lavoratori malpagati, malati che non vengono curati, vecchi che non vengono accuditi. E anche l’indifferenza guarda, anche quella, non è che sia mai mancata nel corso della storia sciagurata della nostra specie perniciosa.
Ma la vergogna della propria indifferenza, ecco, quella da qualche parte resisteva. Inculcata da qualche catechismo, da qualche libro Cuore, da qualche racconto di madre, resisteva e dava anche al più irriducibile malvagio il sentimento almeno della propria malvagità e da qualche parte, sepolto, il turbamento per la propria natura e per le proprie scelte.
Ma la legittimazione dell’indifferenza, la rivendicazione del proprio diritto alla crudeltà, alla freddezza, all’aridità, all’egoismo come proponibile e sano diritto dell’uomo alla disumanità, tutto questo no, questa è una stupefacente novità del nostro tempo mirabile.
Che stupefacente bastarda. La vita intendo.
Spesso penso a un airone giunto qualche tempo fa a posarsi sulla croce del campanile del paese. Pioveva a dirotto e l’uccello, immobile, si era appollaiato lì come se non avesse avuto la forza di fare un solo metro in più, costretto ad accontentarsi di quel trespolo assurdo, esposto al vento e alla tormenta. Ne vedevamo la forma a malapena, attraverso la pioggia, lungo e magro che sembrava il prolungamento del braccio lungo della croce di ferro. Per tutto il giorno controllammo attraverso il vetro della finestra della cucina e sempre lo trovavamo lì, mano a mano che si faceva buio, col collo ripiegato come per ripararsi e le lunghe zampe esili sotto il corpo affusolato. Lo pensammo ferito, forse esule dal suo stormo, sperso lontano dalla sua rotta.
La mattina seguente non si era spostato. Con nostro grande stupore per l’intera giornata mantenne la sua incomprensibile posizione e a sera ancora non s’era mosso, come pietrificato.
Il giorno dopo non ne trovammo più traccia.
Ricordo che uscii con una scusa e senza dire nulla a nessuno feci il giro della chiesa sicuro di trovarne il corpo intirizzito. L’airone non c’era. Certamente si era ripreso ed era volato via, volli pensare. Forse aveva raggiunto il suo gruppo.
“Non è morto sai” dissi qualche giorno più tardi a mio figlio che guardava verso il campanile.
“Lo so papà -mi rispose- sono andato a controllare”.

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