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Sta succedendo qualcosa, credimi, finalmente riesco a parlartene. Non mi prendere per matto ma da un bel po’ di tempo ho notato una cosa. Che cosa, mi chiedi? Non è facile da dire, tutt’altro, anche perché è una cosa un po’ pazzesca. Pazzesca ma io ci sto perdendo la testa. Insomma faccio prima a dirtela e basta. D’accordo?
Ti ricordi il regalo per il tuo compleanno dell’anno scorso? Quello che ti era piaciuto tanto? Ora io ti domando, dimmi la verità, ti eri accorta che il pacchetto era vuoto? Quando hai letto il biglietto su cui non avevo scritto niente, hai scartato la scatola, ci hai guardato dentro e hai sorriso, mi hai ringraziato e mi hai abbracciato. Te n’eri accorta che non c’era niente dentro? Che fine ha fatto quel regalo? Nessuna fine perché non c’era nessun regalo. Te n’eri accorta di questo?
E’ cominciato tutto da lì e poi sempre più spesso. Per cento sere ogni sera abbiamo mangiato in silenzio davanti al televisore, tenendo il piatto sulle ginocchia. Ma non c’era niente nel piatto. Immergevamo il cucchiaio nel vuoto e lo portavamo vuoto alla bocca mentre fissavamo la televisione vuota. E siamo persino andati al cinema, ogni tanto, ricordi? L’ultima volta la settimana scorsa. Perché abbiamo riso, ci siamo emozionati davanti allo schermo se lo schermo è sempre stato vuoto?
Io, adesso, ho bisogno di sapere se tu te ne stavi accorgendo che era così oppure io ero il solo a vederlo.
Ogni giorno ti sono passato vicino mentre stavi al computer e sempre più spesso ti ho visto digitare sulla tastiera mentre lo schermo era vuoto, ho preso libri dagli scaffali e ho scoperto che avevano tutte le pagine bianche, ho guardato i nostri album di foto e tutte, dalla prima all’ultima erano vuote. Non contenevano più nulla. Le nostre facce, i luoghi dove eravamo stati, i bambini, niente. Tutto vuoto.
E poi è toccato a ogni cosa, una alla volta, pian piano. I cassetti, il frigo, le tasche. Ogni giorno trovavo una di queste cose vuota. E tu mi dicevi “prendi questo e quello” e io ti dicevo “dove lo trovo?” e tu mi dicevi “l’armadio ne è pieno”. E io lo aprivo e lo trovavo vuoto. E ti dicevo “trovato, grazie!”.
E alla fine ha cominciato a succedere quella cosa alla sera.
Io ho bisogno di sapere se tu eri cosciente di questo.
Che noi ci stavamo seduti di fronte e io ti guardavo tacendo e tu mi guardavi tacendo e poi uno di noi due esclamava “davvero?” e l’altro rispondeva “si certo!” e poi si stava zitti ancora cinque minuti e poi qualcuno, io, tu, non è importante, diceva “pazzesco!”.
Perché se anche tu te ne stavi accorgendo e facevi finta di niente, come me, allora forse, insieme, possiamo fare qualcosa.
Io ho una mia teoria.
Secondo me c’è un buco da qualche parte. Non mi guardare così, dico sul serio. Un buco da cui se ne esce fuori pian piano ogni cosa e tutto si svuota. E questo buco deve essere bello grande, deve essere un po’ come i buchi che si fanno nei grossi involucri pieni di gas, come le mongolfiere, che si allargano sempre più, mano a mano che il gas fuoriesce. Dico così perché qui tutto si svuota sempre più alla svelta.
Ora, un buco così grosso, io dico, non può essere troppo difficile da trovare. Forse è proprio sotto i nostri occhi e noi non ci facciamo caso.
Allora, se tu sei d’accordo, io propongo di dividerci le zone della casa. Io guardo sotto i letti e tu dietro i quadri e il primo che lo trova chiama l’altro.
D’accordo?

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