Radici II

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Ambire ad un più alto grado di benessere, cercare di elevarsi dalla condizione materiale in cui si è cresciuti, faticare perché i propri figli abbiano maggior agio di quello di cui si è goduto è innanzitutto un percorso di cambiamento interiore.
È necessario pagare molti prezzi se si vuole lottare contro la legge naturale che tende a trattenere le persone nella classe sociale in cui sono nate.
Il primo è una progressiva presa di distanza da sé e dalla propria storia.
È affermare ogni giorno con forza la propria diversità, se si vuole raggiungere l’obiettivo, dire con tutto se stesso ai propri simili “io non mi accontento, io non sono come voi”. Significa, ancora, mentre si ambisce allo status e ai beni della classe superiore, abbracciarne lentamente e inevitabilmente anche le idee, farne propri i valori. Desiderare l’ordine, l’opulenza, la stabilità sociale indispensabile ai buoni affari che è cara alla borghesia quando si ambisce ad una vita borghese esattamente come i borghesi hanno desiderato il lusso, la rendita e la cultura che erano appannaggio dei nobili contro cui avevano giurato di battersi.
Mia madre proviene da una modesta famiglia meridionale dove circolava la leggenda di qualche quarto o ottavo di nobiltà decaduta da parte di nonna. Mio padre è figlio di sottoproletari riusciti miracolosamente a far studiare un figlio fino al diploma.
Arrivare a vivere senza aiuti in una città del nord, in case moderne, andare in vacanza, a sciare, riuscire a far laureare i propri figli, diventare a forza di rate e fatiche fortunati possessori di un’auto, di un televisore a colori o di un salotto in pelle è indubbiamente costato loro molti sacrifici ma certamente anche un pezzo d’anima e qualche sconfessione delle proprie origini, qualche rinnegamento.
Io ricordo bene questo sentimento e, pur comprendendolo almeno in parte, devo dire che non mi ha fatto bene.
Quando ero ragazzino non avevo simpatia per i poveri, cercavo di evitarli, mi sembravano una colpa gli abiti modesti dei miei compagni più sfortunati, i loro capelli non sempre puliti, le loro unghie spesso nere, la loro ignoranza. Mi lasciava allibito non si vergognassero maggiormente delle loro condizioni. Soprattutto confrontavo i miei genitori con i loro, all’uscita di scuola. I miei così più giovani, più belli, più educati, più istruiti. “Io sono diverso da voi”, mi ripetevo continuamente ma non avrei avuto bisogno di ripeterlo se ci avessi creduto completamente.
Arrivavo a casa, mi lavavo, mi pettinavo, mi circondavo dell’ordine che mia madre garantiva con la sua fatica e mi sentivo in salvo. Leggevo i miei libri, tanti, difficili per la mia età e con questo sancivo il mio essere assolutamente altro da loro e insieme scongiuravo il rischio di poter ripiombare nella loro stessa condizione, cosa che, senza spiegarmelo, evidentemente non mi sembrava così impossibile.
I bambini sono attraversati da tutto quello che attraversa i genitori, senza eccezioni, ed io senza saperlo incarnavo esattamente la storia di mio padre e di mia madre, le loro ambizioni, le loro paure.
La mia riflessione sugli altri, sulla povertà e sulla ricchezza, sui rapporti sociali, l’intera mia elaborazione politica ha dovuto fare da allora un percorso inverso, lungo, faticoso e ancora non è terminata. Ma è una strada intellettuale, in cui la ragione si impone al sentimento e lo controlla. Vincerà sempre la ragione, vinceranno gli argomenti, questo è fuori di dubbio, ma la paura e in fondo l’orrore dell’indigenza che mi è passato dentro le ossa insieme al latte di mia madre so che non potrà mai essere cancellato.
Guardavo lo sceneggiato su De Andrè qualche giorno fa e riflettevo sul fatto che bisogna essere davvero molto ricchi per mischiarsi agli ultimi senza paura, quasi con voluttà. Bisogna considerare veramente sé stessi al sicuro.
Io, senza mai aver sofferto la povertà un giorno solo, non ho mai potuto fare a meno di sentirmi uno scampato. Uno che si avvicina allo specchio con timore per paura di trovarci un altro. “Chiedo tempo” come diceva quel tale “son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato”. Chiedo tempo, giuro che ci sto lavorando.

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