Il suono del cataclisma

Ogni cataclisma ha il proprio rumore, il proprio segnale d’inizio, il proprio volume.
Le bombe, l’alluvione, il terremoto, il maremoto, gli incendi suonano spartiti fatti di scoppi, crolli, scrosci, rombi e chiamano il nostro controcanto di insetti travolti, fatto di urla e di pianti.
Qui, alla soglia delle nostre vite, trentanovesimo giorno dall’inizio di tutto e diecimila morti superati da un pezzo, del cataclisma in atto continua a non arrivarci suono.
Ecco quel che si percepisce distintamente stando qui immobili nell’attesa che la tempesta passi: il niente assoluto.
Il virus non si vede, non si tocca, non ha odore. Non ha sapore quando lo inghiotti, lo respiri, lo tiri su col naso. E non fa rumore.
Forse nel chiuso dei reparti d’ospedale assume il suono degli zoccoli degli infermieri, delle ruote gommate dei carrelli, del gorgoglio dell’ossigeno, del mantice dei respiratori ma qui è uno spettro tacito che non si sente, non più di un’ombra di nuvola che appassisce per un istante il giorno.
Se fosse tutto un complotto, se quello dell’epidemia fosse un inganno, se fosse uno scherzo come l’invasione degli alieni di Welles, se fuori non stesse succedendo assolutamente niente e tutti i media fossero complici per tenerci qui mentre è in corso un colpo di stato, non ci accorgeremmo di nulla.
Diviene questo oggi il vero rumore del cataclisma: questo silenzio. Il rumore che il contagio non fa e si amplifica nel silenzio nostro che allaga le strade svuotate, i luoghi diserti dei nostri raduni, il chiasso umano ammutolito in tutto il pianeta. È il silenzio in cui si trasportano e bruciano i corpi, quello in cui si celano i primi sintomi per non darli a vedere in preda alla vergogna atavica dell’appestato, il silenzio che rendiamo più vero con i canti alle finestre o gli slogan che gridiamo per darci coraggio.
Ricorderemo questo silenzio, per sempre, sapremo che ci ha restituito il senso della nostra sordità. Sordità molteplice: alla natura, all’altro e anche alla voce che dovremmo sentirci dentro senza usare orecchie. Sordità tanto profonda che non fa fatica superare di gran lunga questo e qualsiasi altro silenzio. E ricorderemo la premonizione avuta: forse è proprio questo, non il frastuono dell’apocalisse, il suono che ci accompagnerà alla fine, l’unico che ci meritiamo.
Non ricorderemo nulla, invece.
Domani ci affretteremo a riempire al più presto ogni spazio del nostro schiamazzo, pieni della gioia purissima di chi non ha capito.