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Il nonno sul divano che fa finta di dormire.
Non so perché mi ha sempre fatto ridere questo scherzo.
Se penso a quante volte varcando questa porta abbiamo creduto di averlo sorpreso così, davanti al televisore spento con la testa abbandonata sullo schienale, mi è quasi impossibile immaginare uno scenario diverso per il nostro rientro a casa. Pensare che all’inizio ci facevamo pure mille scrupoli per non svegliarlo. Tutti a far piano, tutti in punta di piedi; una volta Annalisa si è pure presa uno scappellotto da papà per non essere stata abbastanza silenziosa. Ci aggiravamo per casa e lui se ne stava lì con la bocca socchiusa ed il respiro regolare. Era capace di rimanere immobile per minuti in attesa che qualcuno si avvicinasse al suo giaciglio, come quei coccodrilli nel fango che aspettano di scattare per afferrare la preda. Poi, quando passavi da quelle parti e meno te lo aspettavi, saltava su con un urlo e ti faceva venire un colpo. E tutti giù a ridere come cretini.
Ovvio che con il tempo ci abbiamo fatto l’abitudine e non abbiamo nemmeno più finto di crederci ma nonostante questo, quando se ne usciva con il suo urlo a sorpresa era impossibile non ridere. Anzi, ricordo chiaramente che tutti cominciavamo a sogghignare a fior di labbra prima ancora che succedesse. È una cosa insensata a pensarci. Non era più la novità che ci faceva ridere ma il rito, il suo ripetersi sempre uguale con piccole variazioni.
Una volta per non dargli soddisfazione mi sono seduto zitto zitto sul divano di fronte a lui e mi sono messo in attesa che si arrendesse ed aprisse finalmente gli occhi. A furia di aspettare mi sono addormentato e quando mi sono svegliato, un minuto o un’eternità di tempo dopo, il nonno era sempre lì. Allora l’ho chiamato e, visto che non mi rispondeva, mi sono alzato per scuoterlo. Se n’è venuto su con un urlo così improvviso che ancora un po’ il cuore mi usciva dal petto. Poi lo spavento si è tramutato in risata e insieme abbiamo riso così tanto che mi sono fatto persino un po’ di pipì addosso.
L’altro ieri però, dopo il mio ingresso, il nonno non è balzato subito su con il solito urlo, nemmeno quando gli sono passato accanto. Allora ho cominciato a sorridere tra me e me e ho continuato a trafficare fingendo indifferenza.
Mentre sbrigavo le mie piccole faccende, disfacevo la borsa e mettevo la biancheria in lavatrice, tornavo a guardare la casa.
Era strano quanto la sentivo lontana. Erano bastati tre mesi fuori e già era tutta un’altra storia. Riconoscevo tutto quel che vedevo, il pianoforte, il tavolo tondo sotto cui mi riparavo dalle frecce dei Cheyenne e sopra cui poggiavo la testa per addormentarmi quando la versione di latino era troppo lunga, il tappeto liso nel solito angolo, il servizio di tazze nella vetrina, ma sentivo che il potere di tutto questo su di me si era fatto lento. Mi inorgogliva questa cosa, mi faceva sentire uomo e mi intristiva. Se ci fosse stato ancora mio padre mi sarebbe piaciuto chiedergli se era questo che significava diventare adulto. Questo staccarsi dalle emozioni che sono state tutto, questo salpare e sentire il mondo meno caldo, meno noto e nonostante tutto essere animati da una sorta di fiducia indomabile e assurda.
D’un tratto ho saputo che anche lo scherzo che mi aspettava da lì a pochi secondi non mi avrebbe strappato altro che un sorriso flebile, quasi di cortesia. Ho deciso che lo avrei abbozzato giusto per non far rimanere male il nonno. Ma quando mi sono avvicinato a quell’imbroglione non è scattato il solito agguato e nemmeno in seguito, quando l’ho chiamato per nome e gli ho toccato la spalla. Ci ho messo qualche minuto per rendermi conto che qualcosa non andava, tanto ero sicuro che da un momento all’altro, proprio quando avrei cominciato a dubitare, lo avrei visto saltar su e ridere dalla soddisfazione di avermela fatta ancora una volta.
Un’ora dopo l’aveva già portato via l’ambulanza.
Sono rimasto a casa ancora due giorni, il tempo di lavare un po’ di roba e di prendere due ricambi invernali. La tristezza mi azzannava il corpo, il collo, le mani ma non riusciva a penetrarmi a fondo le carni. C’era qualcosa che mi rendeva inspiegabilmente forte, che non mi permetteva di essere veramente toccato da nulla. In breve ho sistemato il nonno in un posto dentro di me dove potevo guardarlo senza sentire dolore. Sapevo benissimo che da lì, un bel giorno, sarebbe uscito insieme a mamma e papà e tutti gli altri ma non riuscivo e non volevo fare altrimenti che chiudere quel cassetto senza ripensamenti.
Questa mattina Anna è venuta a prendermi in macchina.
C’era un’aria tersa e pungente e io, prima di chiudere la portiera, l’ho inspirata fino in fondo come una medicina. La mano di Anna ha accarezzato la mia prima di innestare la marcia e finalmente le ruote si sono mosse dolcemente. Io dentro mi sentivo cattivo. Io dentro mi sentivo felice.

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