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Eppure ti avevo già vista, non avevo dubbi.
Il viso, il portamento, quel modo di piegare il busto in avanti. Certo che ti avevo vista. Solo non riuscivo a ricordare dove. Dove, quando e in che modo potevo averti già incontrata. Era inutile sforzarsi, non c’era verso.
I medici nelle loro bianche livree sembravano aver finito con me e si erano mossi in gruppo per posarsi ai piedi del letto di fronte, come goffe colombe. Tu invece ti eri fermata. Avevi alzato il braccio al flacone appeso alla mia destra fingendo di leggere ma era chiaro che stavi prendendo tempo.
C’era forse qualcosa che volevi dirmi? Per un attimo pensai volessi rivelarti.
Guardai fuori dalla finestra cercando nel cielo la scintilla capricciosa del ricordo. Il capannello candido dei dottori stava zampettando verso il letto seguente. Forse se avessi battuto le mani abbastanza forte sarebbero volati tutti fuori dalla finestra.
Fu in quel momento che percepii sul viso il tuo sguardo. Durò appena il tempo di vederlo distogliersi in tutta fretta non appena aveva corso il rischio di incrociare il mio. Mi fu tutto chiaro: anche tu non ricordavi. Anche tu ti stavi domandando dove e quando mi avessi già visto.
Mi misi a pensare all’unisono con te. Ti immaginavo presa dalle mie stesse domande.
Dopo quanto tempo ci trovavamo di nuovo vicini? Un anno, dieci o trenta? E quanto era durato il nostro incontro, un attimo o un giorno intero? Eri stata l’apparizione di un momento, ibernata chissà perché tutto quel tempo dentro la mia testa, una passante che mi aveva folgorato quando ancora mi si poteva folgorare, una sconosciuta seduta su una panchina del parco su cui avevo fantasticato? O invece avevamo parlato io e te, bevuto, passeggiato per le vie di una qualche città che non sapevo più d’avere visto? Eravamo stati viaggiatori sullo stesso treno, seduti l’uno all’altra in uno scompartimento che ci aveva fatto da riparo per qualche ora o per una notte intera? O membri di una stessa comitiva, compagni di scuola in una vita passata, frequentatori dello stesso bar?
Mi parve improvvisamente che affiorasse qualcosa ma fu solo una nubecola indistinta, subito dissolta. Provai a immaginarti una voce ma non ne fui capace. Mi figurai le sensazione della tua mano nella mano ma non avvertii nulla nella mano vuota.
Intanto tu ti eri voltata e muovevi passi lenti, quasi esitanti verso il gruppo che si allontanava. Ne approfittai per guardarti meglio, per scrutarti i polpacci e le caviglie che ti sorgevano dal camice, la nuca denudata dai capelli raccolti in una coda scura, la forma dei fianchi resa indistinta e goffa dagli oggetti che portavi in tasca. Mi pareva di sentirti pensare a me.
Sapevo che avrei dovuto fermarti prima che abbandonassi la stanza, costringerti a guardarmi apostrofandoti con qualche sciocchezza. Scusi dottoressa. Non ci siamo già visti io e lei? Tu, ne ero sicuro, non lo avresti fatto.
Non so perché scelsi di giocare a quel gioco assurdo: avrei ricordato tutto prima che tu varcassi la soglia e ti avrei chiamata per nome lasciandoti di stucco. A mano a mano che ti allontanavi inesorabilmente, presi a farmi vorticare nella testa scenette immaginarie di me e di te. Quadri possibili, luoghi che stavano negli sgabuzzini della memoria chiusi da più lungo tempo e che forse potevano contenerti. Ma erano esercizi scoordinati e frenetici, dettati da una logica fiacca e fallace, spari a casaccio. Nulla che avesse a che fare con la potenza infallibile del ricordo.
Con un ultimo passo deciso uscisti dalla stanza.
Avevi rinunciato a richiamarmi a te.
Qualche minuto dopo ricominciò il dolore. Il dolore che pretendeva tutto da me, ogni attenzione, che mi girava la faccia afferrandomi per il mento e mi costringeva a guardare solo nei suoi occhi ciechi. Chiamai per un analgesico e mi venne in soccorso la solita infermiera. Dormii tutto il pomeriggio.
Non ti vidi più durante quel ricovero né in quelli seguenti né ebbi mai il coraggio di domandare di te.
L’esercizio del ricordo divenne sempre più un’abitudine, giorno dopo giorno, a volte un vizio, una mania, il solo passatempo di cui mi stordivo senza sosta.
Ma di tutti i ricordi che potevo rievocare con un semplice impercettibile piccolo moto della volontà, nessuno, nemmeno il più caro, assunse mai per me l’importanza del tuo ricordo che non ricordavo. Nessun addio fu più per me mai così doloroso come il tuo di sconosciuta che volavi via dalla mia stanza restando sconosciuta per sempre.

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