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Marta si era svegliata di un umore indecifrabile.
Non che fino a quel momento si fosse comportata in maniera diversa dal solito: aveva letto i giornali con la radio in sottofondo e poi si era dedicata a rigovernare la cucina con la stessa minuzia di sempre.
Eppure Fredriks non aveva potuto fare a meno di notare nei suoi gesti, nell’espressione del viso, un che di elettrico, una sorta di studiata cautela come se in ogni suo atto (nel modo stesso in cui lo aveva guardato appena sveglio e gli aveva servito il caffè) ci fosse qualcosa d’altro, una specie di fine non detto. Da qualche minuto poi, mentre la osservava estrarre e riporre i libri negli scaffali per spolverarli, le aveva notato in viso un sorriso alieno come se un vento misterioso le stesse inclinando da una parte la bocca e tutta l’espressione.
Venne preso da un’inquietudine pungente e anche, perché negarlo, da una certa curiosità.
Decise di provare a sondare il terreno.
«Mi andrebbe una pizza stasera. Che dici? Proviamo quel posto nuovo di cui ci ha parlato Lucia? »
«Lo sai che sono a dieta».
La risposta era arrivata istantanea, quasi automatica e non aveva interrotto minimamente quello stato assorto che continuava a trasparirle da ogni gesto.
«Dieta, dieta. Cosa stai a fare a dieta? Sei perfetta così» ci riprovò Fredriks.
Marta si fermò con lo strofinaccio della polvere a mezz’aria.
«Come hai detto scusa?»
«Sei perfetta come sei, dico. Non hai bisogno di diete»
Una specie di pressione risalente dal basso, dapprima irregolare come quella che spinge il primo fiotto di caffè nella moka, poi costante e inarrestabile le cacciò fuori una risata sommessa che presto si fece crescente, plateale, fragorosa, sguaiata.
«Perchè ridi?» tentò di domandare Fredriks, ma Marta nemmeno lo sentiva. Continuava a sganasciarsi senza potersi fermare, come posseduta.
Ci mise qualche minuto a calmarsi. Si asciugò gli occhi lucidi con il dorso della mano e ricominciò a spolverare. C’era qualcosa di perentorio nel suo aver ripreso il compito, che non ammetteva repliche né ulteriori domande.
Fredriks decise per il momento di lasciar cadere la cosa e si infilò in bagno.
Era turbato. Si lavò i denti, si sciacquò il viso, si accorciò la barba, si pettinò con cura, si spruzzò l’acqua di colonia e quando gli sembrò di essere più calmo decise che poteva uscire e provare a capirci qualcosa.
La mano destra abbassò la maniglia tirandola verso l’interno. Inspiegabilmente la porta oppose resistenza. Frederiks tirò con maggior forza e realizzò che era chiusa a chiave. Lui non chiudeva mai la porta del bagno a chiave. Non ricordava nemmeno ci fosse una chiave in quella serratura.
D’accordo, era uno scherzo, oppure uno sbaglio. Ma che sbaglio poi? Per quale altro scopo chiudere a chiave una porta se non per chiuderla a chiave?
«Marta!» chiamò.
Era uno scherzo, di sicuro. Dovuto a quell’umore strano che non si capiva da che parte venisse.
Marta non rispose. La sentiva trafficare nella stanza accanto, spostare sedie e poi, quasi subito, avviare l’aspirapolvere.
«Marta!» ripeté, questa volta a gran voce.
Il motore dell’aspirapolvere continuò il suo guaito diseguale, segno che Marta lo stava passando con la solerzia di sempre, avanti e indietro, in tutti gli angoli.
Abbassò la maniglia più volte con forza, per far rumore, mentre con il palmo dell’altra mano colpiva ritmicamente la superficie di legno laccata di bianco.
Il suono dell’aspirapolvere si allontanò lungo il corridoio, verso la stanza da letto.
Si sedette sull’orlo del bidet e si impose la calma. Se si trattava di uno strano scherzo non doveva darle la soddisfazione di mostrarsi troppo agitato. Niente di meglio di una buona dose d’indifferenza, si disse; non sarebbe diventato lo zimbello degli amici nel racconto che sarebbe sicuramente seguito.
Si mise più comodo. Cercò di pensare ad altro, si soffiò il naso con un pezzo di carta igienica e si mise a guardare fuori dalla finestra.
Non era tranquillo.
Per quanto se lo imponesse non riusciva a non sentirsi inquieto. Ad un certo punto pensò che fosse tutto un equivoco. Semplicemente si era incastrato qualcosa nella serratura e lui era lì a immaginarsi chissà che. Ma certo, si disse, certamente era così, stava facendo tutto da solo.
Provò ad abbassare con cautela la maniglia alla ricerca di qualche scatto che dimostrasse il guasto. Guardò nel buco della serratura e riconobbe inequivocabilmente la chiave inserita nella toppa.
«Marta!» gridò con tutto il fiato che aveva, spaventandosi al contempo della propria stessa voce.
L’aspirapolvere aveva smesso di lavorare e i passi di Marta ticchettavano sul pavimento del salotto. Aveva indossato le scarpe.
«Marta, non fare la stupida» disse con un volume di voce tornato normale.
I passi di Marta si avvicinarono alla porta e si fermarono.
«Non fa ridere, Marta, dai! Apri questa porta.»
Poteva quasi sentirla respirare al di là del diaframma di legno. Non sapeva di preciso perché ma gli stava montando dentro una specie di panico.
Il suono dei tacchi riprese ma questa volta per allontanarsi. Il tonfo inconfondibile della porta di casa pose fine ad ogni dubbio. Era uscita.
In preda ad un terrore inspiegabile Fredriks si slanciò con la spalla contro la porta per sfondarla. La porta resistette. Ripetè il gesto due, tre volte. Non avvertì il minimo cedimento.
«Devo telefonare -pensò illuminandosi- prima chiamo lei e poi…».
Ricordò di non avere il telefono, lasciato da qualche parte in salotto. In più si accorse che stava respirando affannosamente e questo certo non lo avrebbe aiutato, anzi, avrebbe solo peggiorato le cose. Abbassò la tavoletta del water e si sedette con la schiena appoggiata al muro. Si impose lentamente una respirazione più lenta, si sciacquò il viso, si asciugò e si sedette di nuovo. Finalmente gli parve di essere calmo.
Che stava succedendo? Forse Marta stava cercando di fargliela pagare per qualcosa, qualcosa di cui non si era nemmeno accorto. Ripassò la serata ed il giorno precedente, poi andò più indietro senza trovare nulla di particolarmente significativo. Si domandò se per caso non avesse avuto semplicemente poche attenzioni per lei o non avesse dimenticato qualche promessa, qualche ricorrenza. Non gli venne in mente nulla. Ma soprattutto più si applicava in questo esercizio di memoria più si rendeva conto che niente di tutto questo, anche fosse mai avvenuto, avrebbe potuto giustificare una cosa tanto assurda come quella che stava vivendo.
«Mi ha trovato qualcosa nel telefono» si disse d’un colpo con una specie di brivido. Ma non aveva niente di compromettente nel telefono, di questo era più che certo.
Si passò una mano nei capelli e si affacciò alla finestra.
Nello stretto cavedio arrivavano i rumori degli altri inquilini, lo scarico di un gabinetto, una voce di donna che diceva qualcosa d’indistinto, un televisore lontano e, dalla finestra aperta dell’appartamento di sotto, lo scampanellio che fanno i bicchieri e le stoviglie urtandosi. Che ore erano? D’istinto decise che più o meno era l’ora di pranzo.
Avrebbe potuto facilmente chiamare aiuto e qualcuno certo lo avrebbe sentito. Sarebbe stato facile a quel punto chiedere l’intervento della polizia o dei vigili del fuoco che ci avrebbero messo un attimo a farlo uscire di lì. Ma qualcosa lo tratteneva dal farlo. Non era solo il pudore o la reticenza di denunciare così pubblicamente i fatti propri ma qualcosa d’altro. Appallottolò due asciugamani a mo’ di cuscino e si stese per terra, sulle piastrelle fredde, per pensarci meglio.
No, non sarebbe uscito di lì se non per mano di Marta, si disse. Non avrebbe saputo spiegare perché era giunto a quella decisione.
Per ingannare il tempo chiuse gli occhi e decise che avrebbe provato ad appisolarsi.
Si svegliò che la stanza era quasi buia. Il cielo s’era rannuvolato e sembrava sera. Restò così, con le mani intrecciate dietro la nuca ad aspettare i rintocchi delle prime gocce e poi lo scroscio del temporale estivo.
Il rumore, amplificato dal vuoto dello stretto cortile, presto si fece assordante. La pioggia, rimbalzando sul davanzale della finestra aperta, gli bagnava di minutissimi schizzi i vestiti, la pelle delle braccia, il viso e il pavimento ovunque intorno al corpo steso. Non fece nulla per sottrarsi a quella doccia, anzi, si accorse di provare un sorta di voluttà feroce nel sentire inzupparsi un po’ alla volta i pantaloni e la camicia. Ci fu un momento in cui il rumore della pioggia divenne un rombo assordante che riempiva il bagno e ogni cavità del suo corpo, le narici, la bocca, le orecchie, lo stomaco, gli occhi chiusi, come non ci fosse più spazio per altro.
Poi di colpo il nubifragio cessò.
Fredriks si alzò gocciolante, usò gli asciugamani per tirar su l’acqua dal pavimento alla bell’e meglio e infine li appese, zuppi, alla maniglia della porta.
Per il peso la maniglia si abbassò e la porta si aprì.
Lentamente Fredriks attraversò la soglia, guardò la serratura dall’altra parte e non vide più traccia della chiave.
Percorse il corridoio cauto, come se si trovasse in un luogo estraneo, attraversò la sala ed entrò in cucina.
Marta stava aprendo una sottile scatola di cartone con il logo della pizzeria.
«Ti ho preso la pizza in quel posto nuovo -disse sorridendo senza guardarlo- così la assaggi e se ti piace ci torniamo».
Fredriks cercò i suoi occhi e non trovandoli restò in piedi, immobile, le braccia lungo il corpo.
«Io però sono a dieta e mangerò solo un insalata per farti compagnia» si affrettò ad aggiungere.
«Non so perché ti ostini a voler far la dieta -replicò Fredriks con la voce arrochita- sei perfetta così».
Marta sorrise obliqua, un taglio di rossetto come una ferita sulla faccia bianca.
«Sei gentile, ma sai bene che non è vero, devo perdere almeno tre chiletti»
Si voltò verso i fornelli dandogli le spalle.
Fredriks si sedette, guardò a lungo la schiena di Marta, poi prese uno spicchio di pizza calda e la addentò con cautela stando attento a non bruciarsi.
Si sentiva felice, non avrebbe mai saputo dire perché.

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