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Lorella aspetta.
Aspetta un figlio da sei settimane, il marito che rientra dal turno di notte, la fine dell’inverno, la corriera delle otto e venti che passa sotto la finestra della cucina, lo stipendio, la telefonata della madre che quest’oggi tarda, il gorgoglìo della moka lasciata a sgravarsi sulla corolla azzurra del fornello piccolo, l’ultima rata del finanziamento, il giorno in cui riuscirà a trovare il tempo per finire il libro che prende polvere sul comodino, che Carla le chieda scusa dopo un anno che non si parlano, che fiorisca l’arancio del giardino di fronte e le faccia entrare la primavera dal naso, il suo turno alla cassa che significa un mese intero senza tirare su pesi, di provare l’orgasmo quando Maurizio la prende, dicono dopo i quaranta finalmente succeda, le vacanze, di poter comprare le tende del salotto, di essere felice e non solo di non essere infelice, la sua trasmissione preferita che riesce a vedere solo quando ha il turno pomeridiano, l’ecografia della settimana prossima quando potrà sentire il battito, che scatti la fascia oraria per avviare la lavatrice, che il boiler si scaldi per fare la doccia, di imparare a non essere ansiosa specie quando si sveglia di colpo la notte, di essere 48 chili per mettere i jeans che ha comprato a settembre, il ritorno della serie tv dell’anno scorso che avevano detto sarebbe stato a febbraio, l’arrivo della risposta alla lettera che l’avvocato ha mandato al condominio e sarebbe anche l’ora, il sabato per andare a mangiare la pizza, la confessione di Maurizio su com’è è andata veramente la storia del trasferimento, di non avere niente di cui vergognarsi, che venga giù l’ultima neve per vedere ancora la città come quella mattina in cui era andata a scuola con i doposcì tenendosi alla mano del padre e lui era ancora perfetto.

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