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Sono stato cresciuto da genitori sradicati. Uso questa definizione non solo o non tanto a causa del loro oggettivo status di trapiantati da un sud Italia allora più che mai altro dal nord, quanto per una motivazione più intima, di legami con la terra natale recisi per scelta da entrambi, nel profondo, anche se con motivazioni diverse. È finita che nella mia famiglia il sentimento di appartenenza s’è ritrovato fin dall’inizio schiacciato tra due opposti: da un lato la distanza ormai incolmabile dalle origini e dall’altro l’impossibilità evidente di far completamente proprie lingua, usanze, abitudini del luogo dove ci trovavamo.
La risposta alla domanda “da dove veniamo?” quella che segue immancabilmente il fatidico “chi siamo?” era per me un luogo remoto, letterario, difficile da immaginare. Al bisogno di prima, di puntate precedenti, fornivano una risposta insoddisfacente i pochi racconti svogliati, i nonni distanti e le loro vite così diverse dalle nostre, la scarsità dei testimoni.
Nel confrontarmi con i coetanei, di gran lunga meglio inseriti nei luoghi e nella propria storia, non avevo tradizioni, abitudini, riti da mostrare. Nulla da contrapporre al ricco cerimoniale familiare a cui mostravano di doversi attenere, al loro calendario di feste da santificare, alla loro piccola ma precisa geografia di luoghi in cui recarsi obbligatoriamente per la villeggiatura o per Natale.
A volte rimediavo a questa carenza con qualcuno dei pochi racconti che avevo ricevuto in dote e rivisitavo all’infinito, migliorandoli instancabilmente, più spesso inventavo di sana pianta un’epica familiare che non esisteva, una genealogia mitologica di avi lontani e luoghi che portavano i loro nomi. Serviva a poco, mi sembra di ricordare, e sempre finivo per sentirmi insufficiente, scoperto agli occhi di chi mi guardava nella mia condizione manifesta di Senzaterra.
Ecco, oggi io so di essere il figlio di questo primigenio appartenere a nessun luogo.
Di una patria dove non sono nato, quasi come se nessun posto mi avesse visto nascere, di una famiglia che nessuno intorno a me poteva ricordare, di un cognome tanto diffuso da essere anonimo per definizione, di una casa in affitto e prima ancora di un’altra e in seguito di un’altra ancora.
I luoghi dove si sono celebrati i miei riti di passaggio, le mie scoperte, non sono stati di alcuno prima di me, non hanno mai visto il mio sangue accendere le guance di un padre, di un nonno, di un fratello maggiore e mai saranno di qualcun altro, di un mio figlio, di un nipote. Nemmeno potrei mostrarli loro anche volendo, semplicemente perché presto sono scomparsi, fatui com’erano per costituzione, modificati, rimaneggiati nella loro topografia di periferia cementizia dalla nascita di un parcheggio, di un nuovo caseggiato, dall’erosione di un altro pezzo di campagna dove avevo giocato per anni.
Certo, è vero che da lì a breve avrei imparato a non provare più vergogna per quella mia condizione apolide e anzi a trovare in essa un vanto. Presto avrei scoperto che c’era una libertà in quell’assenza di solchi tracciati innanzi a me, non solo smarrimento. In pochi anni la mia patria, le mie radici sarebbero diventati le mie letture, i miei studi, i miei pensieri e questi ora mostro ai miei figli come i luoghi che mi hanno visto bambino. Anche l’amore per il viaggio sgorga da qui, ne sono certo. È grazie a questa natura che partire e lasciare il luogo dove vivo, anche per lunghi periodi, foss’anche per la vita, non può causare in me nessuna angoscia. Il Senzaterra è immune da questa debolezza umana. Porto invece in me il ricordo di moltissimi luoghi, lontani da qui e tra loro, che per un breve momento sono stati la mia terra e mi sono cari come luoghi natali. I mille paesi dove avrei potuto nascere, dove potrei vivere oggi stesso e i mille che potrebbero essere questo e ancora non ho visto.
Eppure, nonostante tutto, ancora mi trovo ogni tanto a pensare che sarebbe bello avere una qualche casa avita dove sono nati e sono morti i miei antenati. Un albero piantato da un nonno, un paese dove mi sento a casa, una terra fatta degli stessi atomi che impastano le mie membra. Restare me stesso ma avere anche questo, ecco. Avere un posto di cui poter dire: “seppellitemi lì, un giorno, ridatemi al luogo a cui appartengo”.
Ma sono pensieri sciocchi, che si fanno di sera, quando si è stanchi e si ha fame di vita. Anche di quella che non si è vissuta.

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