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L’uomo con i capelli bianchi fece un gesto di stizza che non sfuggì agli avventori del locale.
Il calvo, che gli stava seduto di fronte, si affrettò a dispensare qua e là qualche sorriso di rassicurazione e i cosiddetti avventori, una decina di ubriaconi di età diverse, ripresero a dedicarsi alla soluzione dei mali del mondo.
«Ti ho detto che il contenuto è garantito -riattaccò il bianco sforzandosi di tenere basso il volume della voce- In ogni caso se non ti interessa non hai che da dirlo».
Il calvo sembrava indeciso. Stava tutto piegato sul tavolo e si percuoteva ritmicamente la nuca con il palmo della mano destra. La scatola bianca stava al centro del tavolino come una qualsiasi scatola da scarpe. A fianco, a destra e a sinistra, due bicchieri di vetro opaco. Uno, vuoto, macchiato di rosso e l’altro pieno per metà.
«Non so, francamente, non so. Mi sembra impossibile che ci sia tutto. E poi che sia tutto come l’ho in mente io, andiamo!»
Il canuto continuò a guardarlo fisso con un espressione lievemente risentita e non replicò, come per rendere chiaro che se si era ancora a quel punto non c’era più nulla da dire. Il calvo per tutta risposta fece per toccare la scatola ma l’altro stese la mano di scatto sopra il coperchio facendo segno di no con la testa.
Il calvo si alzò, sempre tormentandosi la nuca, e si avvicinò al banco.
Il barista stava seguendo alla radio una partita e non fece cenno di voltarsi. Si trattava di Inter-Roma, forse, o Inter-Lazio o qualche altra cosa del genere, di sicuro l’Inter c’entrava. Il cronista urlava ogni due minuti come un indemoniato parlando un linguaggio incomprensibile e il barista stava in piedi dietro il banco con il capo rivolto verso l’alto, immobile, in ascolto, come un erbivoro in cerca del passo del predatore portato dal vento.
Era un uomo di una magrezza malata. Lo strofinaccio di cotone bianco che portava ai fianchi a mo’ di grembiale non riusciva a nascondere le due spine iliache che gli sporgevano dal corpo come i ferri che sorreggono le corde da stendere dalla facciata dei vecchi palazzi.
Improvvisamente ci fu una qualche occasione perduta da parte di una delle due squadre e questo gli provocó una reazione scomposta che lo fece voltare.
Sembrava sapesse già del cliente in attesa perché non mostrò alcuna sorpresa nel trovarselo lì. Senza domandare nulla mise sul bancone un piccolo bicchiere conico, prese per il collo un bottiglione senza etichetta e riempì. Il calvo levò dalla tasca una moneta, la posò accanto al bicchiere, lo prese con tutta la cautela necessaria a non rovesciarne il contenuto e tornò al tavolo.
«D’accordo, ammettiamo che io ci creda. Cosa vorresti in cambio?».
L’uomo dai capelli bianchi sorrise.
«Poca roba, amico, poca roba. Ho questa vecchia tartaruga. Non posso più tenerla. Dovresti occupartene tu.»
«D’accordo. E poi?»
«Poi niente. È tutto qui. Ma non ti deve sembrare poco. È un animale molto esigente. Vuole solo verdura di stagione e ha bisogno di acqua fresca tutti i giorni. Inoltre va tenuta in un posto chiuso, se no fugge.»
«E in cambio di tutto quello che c’è nella scatola, tutto, voglio dire, ogni cosa io…tu vorresti solo questo? Che io mi occupi della tua tartaruga?».
«Passerò di tanto in tanto a controllare come sta, che ti credi?»
Il calvo scolò il bicchiere d’un fiato, guardò la scatola, poi l’uomo di fronte a lui, poi nuovamente la scatola.
«Qui c’è tutto quello che… tutto? Voglio dire, anche quello di cui ti ho parlato l’altro giorno?»
L’uomo dai capelli bianchi assunse un’espressione interrogativa.
«Dai, non far finta di non capire! Ti ricordi quando ti ho parlato di mio figlio e di quel suo…problema?»
La telecronaca della partita si concluse e il barista imprecò a bassa voce. Uno dei frequentatori uscì dal locale tra le urla di chi restava.
«Certo che c’è anche quello. Avevamo detto tutto e c’è tutto»
Il calvo fece un respiro. A pensarci bene non era più nemmeno certo di sapere il contenuto completo della scatola, non tutto almeno. Ci aveva rimuginato troppo e si era spaccato la testa per non dimenticare nulla. Aveva tolto e messo, aggiunto alla lista e poi ancora cambiato idea talmente tante volte che ora non era più sicuro di niente. O era il vino di Santo che era una merda e gli confondeva il cervello.
«Dunque, lo vuoi fare un buon affare o no?» disse il canuto.
Il calvo pensò che effettivamente un vino così cattivo era difficile trovarlo.
«E dove la tieni questa tartaruga?»
«È qui fuori, in macchina. In un cartone coi buchi ma non può starci a lungo»
«Io odio le tartarughe». La frase gli era uscita secca, rabbiosa. Se ne stupì lui stesso.
«Come vuoi tu» replicò l’altro alzandosi con una smorfia di disprezzo.
Il calvo lo guardò uscire con il passo storto e la scatola sotto il braccio.
Nonostante fossero le otto, fuori era ancora chiaro. Per un attimo, prima che la porta del bar si richiudesse, aveva intravisto la luce azzurra che fa il giorno quando non vuole finire. Sentì il bisogno di non rincasare e di camminare fino a tardi senza avvertire nessuno.
Ordinò l’ultimo bicchiere e uscì nella sera, con la testa stranamente leggera.

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