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Comunque alla fine eravamo partiti lo stesso. Avevo deciso che mi sarei sorbito le sue lamentele sulle scomodità, la disorganizzazione, il cattivo tempo e tutto il resto.
Tanto sapevo che presto si sarebbe stancata.
Alla fase del piagnisteo sarebbe seguita quella del mutismo e poi, pian piano, quella del buon umore, stadio penultimo che preludeva a quello finale, che io chiamavo dell’amnesia. Andava così tutte le volte. Dopo avermi massacrato per giorni, al ritorno negava candidamente di averlo mai fatto. Anzi, attribuiva a sé stessa ogni merito nella felice decisione di intraprendere la spedizione e poi, con il passare degli anni, si convinceva sinceramente di essere stata lei l’ideatrice di tutto. In qualche circostanza aveva persino preteso da me i ringraziamenti per la splendida esperienza che mi aveva fatto provare.
Sta di fatto che eravamo per strada più o meno dalla mattina e nostro malgrado aveva preso a farsi sera.
Il tempo nuvoloso aumentava il nostro allarme, il bisogno ancestrale di trovare riparo. Chloe in queste occasioni dava il meglio di sé. Disorganizzato incosciente coglione, difficile ricordare tutti gli epiteti. Fosse stato per me mi sarei fermato sotto il primo albero, avrei srotolato il sacco e via. Ma i rimbrotti e le proteste di Chloe mi avrebbero impedito di prender sonno e questo andava evitato. Bisognava trovare qualcosa di meglio alla svelta.
Un binario abbandonato accompagnava fedelmente la provinciale lungo la quale camminavamo da ore. Non mi stupii troppo quando dietro la curva comparve la sagoma della casa cantoniera. Diciamo che l’aspettavo da un po’.
Ci sistemammo sotto il portico e ci demmo dentro con il vino che avevo portato da casa. Chloe finalmente tacque e fece lo sguardo liquido. Vedevo il suo profilo stagliarsi netto alla luce dei fari delle macchine in transito, gli occhi seri, persi, e poi aspettavo la macchina seguente per vederla di nuovo. Non perdevo mai tempo a domandarmi cosa stesse pensando. Le immaginavo dentro la stessa confusione tranquilla in cui galleggiavo. Frammenti di frasi, spezzoni di scene immaginarie o vissute, una musica, cose cruciali pronte a farsi scordare in un mezzo respiro.
I passi tra le foglie comandarono ai nostri colli di ruotare di scatto, a tempo, come tirati da un cavo. L’uomo comparve nella luce della nostra torcia puntata verso il rumore.
Le guance pendenti del nuovo arrivato rimasero attonite per la sorpresa di trovare due abusivi nella propria stanza d’albergo ma Chloe ed io non ci formalizzammo troppo, c’era spazio per tutti. Anzi facemmo i gran signori e offrimmo al ciccione un bel bicchierone di rosso, vincendo il suo disappunto.
Una frase dietro l’altra scoprimmo un bel po’ di cose sul nostro ospite. La nostra è arte collaudata: far parlare l’altro senza dire nulla di sé, spogliare il più possibile fingendo di fare altrettanto ma senza mostrare nemmeno un centimetro quadro di pelle. Chloe è maestra in questo e io non ho difficoltà a riconoscerglielo. Approva con il capo per incoraggiare il discorso, dà a intendere con il viso, col corpo, di condividere i sentimenti che le vengono confessati dando l’impressione di averli confessati a sua volta. Guida con pochi tocchi, sapienti, come un conducente di elefanti, il corpaccio indolente del discorso lì dove vuole che vada. È un’artista, c’è poco da fare.
Mano a mano che l’identikit si componeva, montava in noi, lo sentivo distintamente, una gioia incontenibile. Tutta la schiuma della pochezza, dell’inconsapevolezza, i luoghi comuni, le piccole viltà, le omissioni, venivano a galla nei racconti del tipo come quando si rimesta l’acqua lurida con un bastone.
Era solo il primo giorno e già ne avevamo trovato uno.
“E voi? -disse di colpo il tizio come risvegliandosi da una specie di sonno- Non mi avete detto che vi porta per strada. Che ci fate in giro a quest’ora?”
“Noi andiamo a caccia” risposi.
Chloe nell’ombra aveva già sguainato il coltello.

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