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Stanotte ho sognato che nasceva Mattia, il bambino che Matilde ha perso a Febbraio. Dico Mattia perché avrei voluto si chiamasse così anche se a Matilde non l’ho mai detto. C’era pure un nome per la femmina, ovviamente, ma non lo ricordo più, mi è rimasto in mente solo questo.
Mattia nasceva, si faceva una doccia e poi si sedeva qui con me in salotto, con i gomiti poggiati al tavolo. Era un po’ ragazzo e un po’ bambino. Un ragazzo con la faccia di un bambino e i capelli bagnati pettinati indietro.
«Come va Pà? Hai la faccia stanca». Pà, mi chiamava.
Io attaccavo con la mia solita solfa. È un periodaccio. La mia inquietudine. I dubbi che non mi abbandonano mai e in primavera si fanno così storti da diventare insopportabili, l’insoddisfazione. Ma di tutto quel che che avrei voluto dire non mi uscivano che poche parole pronunciate con una voce non mia.
Mattia intanto mi guardava diritto, con dolcezza e disappunto.
«Quand’è Pà, che smetterai di fare così? Cosa aspetti?»
Allora io mi provavo a usare gli argomenti dei padri, a ristabilire il mio primato, ma gli argomenti non mi venivano in mente.
«Tu hai paura Pà. Si può aver paura per gli altri, te lo concedo, mai per sé stessi. Certo non è la morte una cosa che possa far paura, lascia che ti sia padre io che l’ho sperimentata. Né possono farlo le scelte; si equivalgono quasi sempre. Nè il tempo; qualche settimana o trent’anni o cent’anni non fa differenza. Ma se attraversi questa mattina pensando ad un’altra mattina allora sì che la paura arriva. E tu invece stai qui a parlare con me che sono durato meno di una farfalla».
Allora mi ricordo che mi voltavo e guardavo fuori dalla finestra. Le rondini intrecciavano traiettorie nere contro il celeste e il sole si rovesciava dentro la stanza. Squittivano e scartavano senza ragione come piloti provetti di una pattuglia acrobatica e io arrivavo a sentire il mare in lontananza, calmo e brulicante di luce. In quella mattina c’erano tutte le mattine di maggio che non avevo voluto mangiare per tenerle da parte, messe a spegnersi in una dispensa previdente per un qualche inverno a venire. Chissà che ne era di loro. Poi mi giravo e Mattia non c’era più.
Solo una piccola macchia di sangue poltaceo e qualche piuma.
Non avevo più paura nel sogno e nemmeno al risveglio. Così senza nemmeno lavarmi ho preso la bicicletta e ho cominciato a pedalare e sorridere con tutta la forza che avevo per arrivare al mare. Mi sentivo intero, non so se mi spiego. Senza pezzi di me che stavano altrove.
Poi, qualcosa ha preso a cambiare.
Mano a mano che mi addentravo nel giorno mi sembrava che la paura fosse tornata da me. E più mi sforzavo di ricordare le ragioni di Mattia più mi accorgevo di dimenticarle. Poche pedalate, lo so, e non sarò più capace di vedere rondini né cielo né maggio né mi importerà più nulla di arrivare al mare. Mi fermerò, rimanderò la mia scampagnata a domani, scenderò dalla bici e tornerò verso casa spingendo.

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