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Parcheggia tutti i giorni la macchina lungo la strada che porta agli uffici del cantiere e poi si fa a piedi gli ultimi cinquecento metri.
Cammina veloce, anche se non c’è ragione per farlo, cammina e conta. Conta i giorni che mancano a Natale, quelli che mancano al fine settimana, al suo compleanno, quelli che sono trascorsi dall’inizio della stagione. Anche stamattina, quando si è trovato davanti il vecchio, era intento a calcolare. Cinque settimane dall’inizio della primavera, una scoperta che gli aveva dato un’inquietudine inspiegabile. Forse per questo non s’è accorto fino all’ultimo momento di quella presenza un po’ curva, come sorta di fronte a lui all’improvviso.
«Beati i giovani!» aveva esclamato la figuretta con una voce potente, quasi squillante, vedendosi sorpassata.
Giovane. Sì, come no. Cinquantacinque anni compiuti da sessantasei giorni e ancora c’era chi trovava il coraggio di definirlo giovane. Giusto per togliersi di impiccio aveva abbozzato un sorriso con l’angolo della bocca e impresso una lieve accelerazione al passo.
«Io sono stato per quarant’anni un rappresentante di commercio – aveva continuato imperterrito il vecchio – e, mi creda, ne ho viste di cose!»
Anche il nonnetto doveva aver accelerato perché la voce invece di allontanarsi gli era rimasta incollata alle spalle.
Si era voltato. Affrettare ulteriormente il passo per seminarlo sarebbe stato ridicolo.
«Quarant’anni in macchina, di paese in paese. Quarant’anni per strada ad aspettare di tornare a casa, un’eternità, il doppio di Ulisse».
Lo aveva divertito quel paragone. Si era immaginato il vecchio parcheggiare l’auto in un posto nascosto e rientrare a casa dopo quarant’anni travestito da mendicante.
«Lei potrebbe essere mio figlio – aveva poi proseguito quello fermandosi per osservarlo meglio e costringendo anche lui a rimanere lì in piedi in mezzo alla strada – Lo accetta un consiglio da me come fossi suo padre? Lo accetta? Ecco, ci dia dentro. Ci dia dentro in tutto che alla mia età restano solo i desideri ma non si può più avere nulla. I desideri, intatti, anzi molto più grandi. Ingigantiti dall’attesa e le cose desiderate che diventano inafferrabili. Ci pensi. E ora corra pure al suo lavoro che sennò arriva in ritardo.»
Ora, il fatto è che dopo essersi allontanato, da quel preciso momento, le parole del vecchio non hanno mai smesso di risuonargli all’orecchio, impedendogli di concentrarsi. Da qualche minuto poi, mano a mano che si avvicina l’intervallo del pranzo, c’è un pensiero insistente che continua a bussargli in testa.
«Ciao Carmen»
Carmen è la veterana dell’ufficio. Gli ha sempre mostrato un particolare affetto, chissà perché. Da anni il caffè delle undici con lei è una specie di rito.
«Mio dio, hai un aspetto tremendo»
«Credo di non star bene. È da stamattina che mi sento così»
«Così come?»
«Penso me ne andrò a casa e mi infilerò a letto. Lo dici tu a Giorgio?»
Camminare a ritroso verso la macchina a quell’ora inaspettata.
C’è un’aria così mattutina da restarne disorientati, non sembra nemmeno la stessa strada che percorre ogni giorno all’alba e poi verso sera rientrando. Senza nemmeno rendersene conto controlla che non ci sia ancora il vecchio nei paraggi. Non ce n’è traccia, ovviamente. Chissà poi che gli avrebbe detto. Magari lo avrebbe salutato con la mano, difficile dire.
Sale in macchina e si siede. C’è ancora dentro il suo odore del mattino, l’alito di caffè. Non può ancora credere di avere un pomeriggio vuoto di fronte. Prova una specie di vertigine.
Che fa un uomo libero? Si siede di fronte al mare e lo contempla, la risposta neanche la pensa, la vede. È l’immagine di sé stesso di schiena che guarda l’orizzonte liquido, c’è anche una musica come di film.
La litoranea è vuota, qualche ciclista la percorre nelle due direzioni, una anziana sul marciapiede va a spasso con il cane.
La spiaggia è quella dove andava da ragazzo con B. Sono quasi trent’anni che non vede B., ventinove estati per essere preciso. Chissà com’è adesso, sicuramente calvo, magari pieno di figli.
La sabbia è fredda e dura. Ci si sdraia con le mani dietro la nuca e gli occhi chiusi. Pensa che non sa cosa pensare. Poi pensa di star scomodo steso così, direttamente per terra e allora prova a cambiare posizione due o tre volte. Ma il pietrisco gli si infila nelle calze, il sole lo acceca anche attraverso le palpebre. Per fortuna dopo un po’ si accorge di essere affamato e con questo di avere una buona ragione per alzarsi. Gli pare di ricordare che ci fosse un chiosco una volta da quelle parti; è un’emozione scoprire che è ancora lì, più o meno uguale, per quel che ricorda.
Panini al chiosco non ne hanno, solo biscotti al burro in una scatola di plastica trasparente ma la birra è fresca e la spilla una bella signora sulla quarantina che fa una smorfia con la bocca mentre inclina il bicchiere per riempirlo.
«Posso averne un’altra, signora?»
«Accidenti! Doveva avere una bella sete!» dice la signora mentre gli riempie il terzo boccale facendo l’immancabile smorfia.
«Darci dentro in tutto» sussurra lui prima di portare la schiuma alle labbra.
«Come dice, scusi?»
«Lei potrebbe essere mia…mia sorella!» La signora accenna un sorriso stirato. «Lo accetta un consiglio da me come fossi suo padre? Lo accetta? Ecco, ci dia dentro. Ci dia dentro in tutto.»
La bella signora lo osserva seria, poi si infila nel retro del locale. Quando si affaccia di nuovo c’è un uomo che l’accompagna. L’uomo si mette a lavare i bicchieri, o qualcosa del genere, la signora finge di riordinare il frigo.
«Mi fa un’altra birra per piacere?»
Senza una parola la madama del chiosco mesce la birra e gliela poggia sul banco con un gesto che sa di rimprovero. Lui la tracanna d’un fiato, lascia sul banco una cifra più alta del necessario ed esce nel sole del pomeriggio senza salutare.
È un po’ ubriaco, gli scoccia ammetterlo. Ma soprattutto gli scoccia non saper bene dove andare. È un tale privilegio essere libero in una giornata come questa che è un delitto sprecarlo. Ricorda i pomeriggi passati a leggere quando era ragazzo, farsi buio fuori senza aver staccato un attimo gli occhi dalle pagine. Che ne sapeva allora di sprecare un privilegio? E poi in mezzo, tra quei ricordi lontani e oggi, tutto quel tempo che fine ha fatto? Non lo dice con rimpianto, se lo domanda sul serio. Dove è finito? È come se tra allora e ora fosse scomparso tutto. Certo, volendo potrebbe elencare molti eventi, cose successe in cui era sicuramente coinvolto, ma non è roba che lo riguardi. Lui nel frattempo non c’era. Dov’era allora?
Quasi senza accorgersene si appoggia al muretto tra la strada e la spiaggia. La testa gli gira. Da una macchina parcheggiata esce un tizio con un fisico atletico che comincia ad indossare una muta da subacqueo. Con una grossa borsa in mano si dirige verso la riva passandogli accanto e lui può sentirne l’odore mischiato a quello del neoprene e del talco. Gli sembra l’odore di uno diverso da lui, di uno che è dove è.
Poi da lontano arriva l’onda in cui l’uomo s’adagia, si immerge e scompare e contemporaneamente dal suo stomaco l’onda che gli sale alla bocca e lo china tra le proprie ginocchia.
Da quanto tempo non vomitava. La birra inacidita gli esce a fiotti dalla bocca, dal naso e lui ricorda una volta, da ragazzo, in cui aveva vomitato ed era stato felice. Ricorda la soddisfazione di essere finalmente all’altezza di tutti gli altri amici che vomitavano ogni sabato sera come indemoniati, a testimonianza pubblica dei loro eccessi di trasgressivi. Anche ora è felice, come allora, che qualcosa succeda a testimoniare il suo pomeriggio.
Passa una madre con un bambino e accelera il passo scuotendo il capo.
La piccola boa a spicchi rossi, unica prova dell’esistenza dell’uomo sott’acqua, nel frattempo si è fatta lontana, quasi invisibile tra le pieghe accecanti del mare.

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