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Fino a neanche un secolo fa, anche qui in occidente, l’incontro con la morte era parte inevitabile dell’esperienza quotidiana. Già dall’infanzia e poi via via lungo l’intero corso della vita, ce la si trovava di fronte terribilmente spesso, la si frequentava, la si sperimentava sulla propria pelle in mille forme, attraverso la perdita di amici, fratelli, compagni, genitori, coniugi, figli. Affermare che “domani non è mai certo” non era una frase letteraria, una citazione, un vezzo, un’affermazione filosofica; era l’esperienza viva e vissuta di ognuno, giovane o vecchio, povero o ricco che fosse.
Questa condizione di precarietà esistenziale, così antica, aveva fatto dell’essere umano quello che era e lo aveva forgiato nel modo di stare al mondo, nelle attese, nelle pretese. Lo aveva reso tremendamente conscio, per così dire, resistente pur nella propria fragilità, fatalista per certi versi e coraggioso per altri, fino alla temerarietà.
Anche la percezione del tempo era rimasta segnata da questa continua conferma della brevità delle esistenze, sia quella del tempo che precede la nascita (eredità del passato, radici) che quella del tempo che la segue (lascito, ricordo) e questi due tempi erano così vicini che quasi si sarebbero potuti toccare.
Le avremmo trovate fatte proprio così le persone solo fino all’altro ieri; i nostri nonni, i nostri bisnonni. Con un senso religioso inevitabile e, direi, necessario. Non tanto (o non solo) in quanto fede nella trascendenza quanto in forma di dialogo continuo e ininterrotto con il mistero della morte.
Come si sa in poco più di settant’anni l’assenza di grandi guerre, l’abbondanza e i progressi della medicina hanno reso la morte un’entità molto meno tangibile per la maggior parte di noi. Più rara, spesso vinta o anche solo nascosta dalle mura degli ospedali e dei ricoveri, imbellettata, arrestata o procrastinata dai respiratori, ha cessato di essere un’esperienza quotidiana e si è fatta apparentemente eccezionale. Per quasi tutti noi non ha più la forma, l’odore, il colore che erano così tragicamente familiari ai nostri antenati e addirittura non è raro che per certuni rimanga sconosciuta per lunga parte della vita.
È a furia di non vederla, o di vederla di rado e di sfuggita, che dobbiamo esserci lentamente convinti della sua inesistenza (o della sua trascurabilità).
Deve essere andata così che ci siamo messi a vivere come immortali.
E che come gli immortali gestiamo il tempo, il pianeta, i rapporti con gli altri immortali.
Che abbiamo abbandonato ogni religione che dia un senso alla morte e non perché siamo stati capaci di sostituirla con una spiegazione laica o razionale o d’altra natura, ma semplicemente perché non vediamo l’utilità di ragionare sulla brevità del nostro tempo.
Per questo forse non ci facciamo alcuno scrupolo di riempirci la vita con occupazioni stupide o deleterie, perché sappiamo che il tempo innanzi a noi è infinito.
E sempre per questo, certamente, non ci preoccupiamo di raccogliere il testimone dei nostri vecchi, ammesso ne abbiamo uno da lasciarci e non siano stati ammalati della nostra stessa malattia, e anche provandoci lo facciamo male e tardivamente, quando con nostro sommo stupore cessano di essere visibili ai nostri occhi. Nè lo trasmettiamo ai nostri figli dal momento che contiamo di rimanere all’infinito loro compagni di giochi e rimandiamo ogni giorno il momento in cui li lasceremo andare nel mondo, visto che siamo certi che resteremo per sempre con loro a proteggerli, eternamente giovani. E forse sempre per questo ci guardiamo bene dal lasciare loro il posto e anche una sola briciola di potere che sarebbe nient’altro che un sopruso per chi come noi si sente ancora all’inizio della corsa.
E ancora per questo, forse, abbiamo smesso di provare pietà per i popoli che la morte invece continuano ad avercela stretta al fianco, come un’ombra, un parassita, una malattia inguaribile. Perché sono mortali e dal nostro Olimpo possiamo dedicar loro niente più che uno sguardo fugace, lì dove stanno, dentro i nostri telegiornali.
Per questo, infine, certamente per questo, ci lasciamo abusare, sfruttare, e consentiamo che la nostra vita sia sciupata e le giornate finiscano senza che abbiamo saputo aggiungerci un solo motivo che giustifichi l’infinito privilegio di esserci. Perché ci saranno altre infinite giornate in cui finalmente faremo ciò che va fatto e, certamente, non avremo alcun problema a fare.

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