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Sarà stato settembre o forse ottobre la prima volta che si è vista qui.
E’ scesa dall’autobus insieme agli impiegati, ha attraversato il grande spazio lastricato, ha raggiunto il centro della piazza, ha aperto la sua sedia pieghevole rivolgendola verso i palazzi degli uffici cittadini, si è seduta, ha appoggiato le mani con i palmi sulle ginocchia ed è rimasta così.
Tutto il giorno per nove ore. Senza muovere un muscolo.
Da quella volta non è mai mancata un giorno. Con il giaccone pesante se c’era freddo, con l’impermeabile e il parapioggia se pioveva, con la sciarpa e il berretto se tirava vento. Ogni mattina aspettava che la folla che doveva entrare negli uffici le passasse accanto, davanti, di lato, e fosse inghiottita dai portoni. Poi rimaneva immobile nella stessa posizione fino alla pausa di mezzogiorno. Il fiume degli impiegati che uscivano alla ricerca di un bar o di una trattoria dove mangiare si dipartiva incontrandola come la corrente incontra una roccia per richiudersi alle sue spalle e lo stesso faceva al ritorno, terminato l’intervallo del pranzo. Quando alla sera anche l’ultimo ritardatario usciva dagli uffici e i portoni si chiudevano, la donna si alzava, piegava la sua sedia, se la metteva sotto il braccio e si allontanava verso la fermata dell’autobus per ricomparire immancabile la mattina seguente.
All’inizio tutti si sono domandati chi fosse quella donna e il perché della sua presenza. Continuavano a vedere dalle finestre degli uffici quella piccola figura sola seduta al centro della piazza, ostinata, immobile, e si turbavano, la indicavano ad altri, facevano ipotesi. Sono nate teorie, scommesse. Dapprima le più ovvie. Si trattava di una mendicante. Ma l’elemosina non l’accettava, non aveva un piattino, un cappello, non tendeva la mano ad accogliere le monetine e quando qualcuno aveva provato a lasciargliele per terra, di fronte ai piedi, le aveva abbandonate lì senza degnarle di uno sguardo. C’era chi sosteneva si trattasse di un atto di protesta ma la donna non parlava e non aveva cartelli. Interrogata non aveva mai risposto. Qualcuno diceva di sapere per certo che era tutta roba di pubblicità.
Poi pian piano tutti si sono abituati. Hanno preso a chiamarla la Signora della Sedia. Vederla lì seduta è diventato normale, come fosse una specie di arredo urbano. C’erano i piccioni, i passanti, le panchine ai lati della piazza e al centro lei. Magra, impassibile, con i capelli rossicci lunghi che spuntavano da sotto il berretto di lana.
Un giorno è arrivato un vigile e le ha spiegato che lì con quella sedia non ci poteva stare, che era vietato. Che era intralcio, occupazione di suolo pubblico, sosta non autorizzata. Lei ha fatto su tutto e si è andata a sedere su una panchina rivolta nella stessa direzione, con la sua sedia piegata sulle ginocchia. Per qualche giorno quella è stata la sua postazione e qualcuno ha persino pensato che la signora della sedia fosse andata via. Poi, in capo a qualche mattina, si è piazzata di nuovo al centro della piazza e mai più nessuno ha avuto niente da ridire.
Ricordo che un giorno, la primavera era agli inizi e gli alberi del viale si stavano risvegliando, è comparsa con i capelli tagliati e un colore nuovo, biondastro. La nuova acconciatura le incorniciava meglio il viso ed era come se tutti la vedessero per la prima volta. Era come se la primavera, che andava mutando lentamente l’aspetto delle cose che si vedevano da quell’angolo di città, le piante nei vasi, gli alberi in lontananza, il colore del cielo, avesse mutato un poco anche lei, cosa tra le cose, ma vivente.
Con la sua domanda muta, con la sua attesa che non finiva mai e scandiva il tempo con un metro che non concedeva fine, come non ha fine il tempo di chi attende chi non torna, di chi aspetta ciò che non succede.
In qualsiasi momento si arrivasse nella piazza, da qualsiasi lato, quella figurina di donna seduta attirava lo sguardo e cambiava la prospettiva, colorava, piccola com’era, ogni cosa intorno a sé del senso dolente di fragilità che hanno l’ostinazione e la speranza. Nessun cippo, nessuna fontana, nessun campanile avrebbero mai avuto lo stesso sapore d’umano che aveva la piccola statua vivente della nostra signora della sedia.
La prima mattina che non è venuta la ricordo ancora. Ho passato il tempo a controllare che non fosse successo qualcosa, uno sciopero degli autobus, un blocco del traffico, un ostacolo, un intoppo che poteva averle impedito di essere dove doveva. Ho controllato ogni mezz’ora tutto il giorno scostando le tende, sperando di vederla seduta al suo posto, ma dentro di me sentivo che era successo qualcosa che non avrebbe avuto più rimedio.
Sono uscito dal lavoro a sera e la piazza era vuota e anche la mattina dopo.
Il tempo dei giorni ha ripreso a fingere ogni mattina un inizio e ogni sera una fine, nessuno lo ha più interrogato con la sua attesa silenziosa, nessuno si è più dovuto chiedere che cosa ci fosse infine da aspettare.
Ogni cosa è come morta di nuovo.
E tutto è precipitato nell’ennesima estate.

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