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Stanotte mi sono svegliato e sono rimasto così, immobile e vigile, indistinguibile da te che mi stavi accanto e dormivi nelle profondità del tuo sonno assoluto, come un pesce abissale.
Non c’era nessuna possibilità che tu ti svegliassi, nessuna per carità, e non é successo infatti, ma se anche l’impossibile fosse accaduto, se anche avessi smentito la tua natura e avessi aperto i tuoi begli occhi su di me, sono certo che non avresti trovato nulla di strano scoprendomi lì a vegliarti accanto, tu che sai fin troppo bene quanto fragile sia il mio sonno, quanto profondamente diverso dal tuo.
E non devo spiegare a te che io non mi perdo mai.
Che tutt’al più galleggio attraverso un racconto spezzettato, una storia frammentaria e interrotta, contemplata da un loggione di teatro che insieme alla scena si affaccia sempre anche sul pubblico, svelando in ogni istante l’inganno, con un filo di canapa sottile e resistente sempre legato alla caviglia a mantenere legata la mia mongolfiera al suolo.
E’ per questo che sono state così tante le notti in cui ti ho guardata dormire ed è per questo che anche la notte, oltre ai giorni, ha aggiunto distanze alle nostre vite già troppo distanti.
E’ il più supremo degli inganni pensare ci sia un’intimità speciale nel dormirsi accanto. Non esiste nulla che misuri maggiormente una lontananza che in quell’essere altrove, ognuno per sé, standosi vicini. Ogni tanto un piede si tocca, qualcosa alla coscienza ricorda la presenza dell’altro, il calore, il suo respiro, un mugolio strappato alla sua bocca da una vicenda che non conosceremo mai, e questo ci basta. Ci é sufficiente per sentirci straordinariamente uniti.
Eppure per ogni notte della loro vita uomini e donne che non hanno mai saputo nulla davvero l’uno e dell’altra si sono addormentati accanto. Non basterebbe questo a dimostrare che questo momento non ci rende più intimi di due passeggeri che viaggiano in treno seduti di fronte e intenti nella propria lettura?
Ancora ricordo quanto abbiamo aspettato da ragazzi, io e te, che questo accadesse. Ci sembrava un coronamento, un punto d’arrivo, uno scambio solenne di fedi nuziali. Averti vicina di notte credevo sarebbe stato come vedere la faccia oscura della luna, quella parte di te che mi mancava ancora.
Poi, quando ho aperto gli occhi nel primo mattino, ho provato solo un rammarico bruciante per tutto il tempo che avevamo sciupato dormendo invece d’amarci, di parlarci, di scambiarci quei segreti che solo la notte credevo ci avrebbe indotto a rivelare di noi. La faccia notturna di te era solo assenza di te, una burla, un modo crudele per starti distante.
Da allora ho imparato a convivere con la mia solitudine notturna. Ti ho guardata irraggiungibile su quel cuscino per almeno tante ore quante ti ho avuta distante nei miei giorni lontano da casa.
Ti ho vista invecchiare, di notte, senza poterti dire tutte le cose che di giorno non si lasciano dire, finché, notte dopo notte, non passava la necessità di dirle. E ti ho guardata, ti ho accarezzata, ti ho rimboccata, sperando qualcosa attraversasse il buio e ti giungesse lì dove ti trovavi.
Anche stanotte è stato così, e se tu mai ti fossi svegliata, cosa che mai avrebbe potuto succedere, avrei avuto così tante cose da dirti, che ora, purtroppo, non so più ricordare e altre che invece ricordo ma che colorate dalla luce del giorno sarebbero altro da quello che volevano dire.
E ti avrei chiesto perché qualcosa ci allontana sempre, come Ulisse da Itaca, come il rovescio di due calamite.
E sarei stato ad ascoltare, con le orecchie fatte grandi dalla notte, le parole tue che ho atteso tutta la vita.
Immense e vere come sono le parole strappate alla notte.
Come parole per una volta strappate alla morte.

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