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Lin Tai guardava Manuel come se non riuscisse bene a metterlo a fuoco. Ogni volta che le tazze che quello continuava a impilare si urtavano, il rumore gli dava una stilettata alla nuca.
“Sei pallido stamattina. Ti senti bene?” urlò il barista gettando le stoviglie sporche nel lavandino.
Lin Tai si piegò sul bancone. Era come se una mano di metallo lo tenesse per la collottola e non lo mollasse più con l’intenzione deliberata di fargli più male possibile.
“Ho un po’ di mal di testa” sussurrò “Non è che mi fai un caffè?”
Non aveva alcuna voglia di un caffè, anzi, al pensiero gli veniva da vomitare ma sperava che almeno così Manuel smettesse di far rumore per qualche minuto.
“Seguro que sí! Ma tu non me la conti giusta.” Manuel si avvicinò con il viso a quello giallognolo di Lin Tai.
“Dimmi un po’, non è che lo hai fatto di nuovo?”
“Dai Manuel, ho solo un po’ di mal di testa…”
“Tu lo stai facendo di nuovo”
“Manuel, lo sai che ho bisogno di soldi.”
“¡Eres un jodido idiota!”
“ Poche volte ancora, te lo giuro”
“Per quello che ti pagheranno, poi! E tu ci lasci la pelle!”
“Eh, la pelle! Non esagerare. Stanotte mi rifaccio e domani sarà come se niente fosse stato!”
“Mmm” ringhiò Manuel con aria dubbiosa mentre gli serviva un tazzone di caffè fumante.
Lin Tai cominciò a sorbire il caffè a piccoli sorsi con lo sguardo assente.
“Ora non riusciresti a dormire nemmeno volendo, vero?” gli disse Manuel quasi con dolcezza.
Lin Tai fece cenno di no con il capo.
“E’ che ti prendono quelle sostanze, non so cosa siano, neurotrasmettitori, ormoni, non so bene e l’organismo poi deve riformarle” precisò dopo qualche secondo di silenzio.
“Che cazzo se ne faranno poi, mica l’ho capito”.
“Le vendono no? E’ ovvio. A quelli che non riescono a dormire. Vendono sonno, capito? Il business del secolo.”
“Ma non erano sufficienti i sonniferi, scusa? Bisognava fare tutto ‘sto casino?”
“Ma non è mica la stessa cosa! Questo non è sonno indotto, questo è roba vera. Mica per niente ce ne sono tanti tipi, di tante qualità. E di tanti prezzi, ovviamente. Il migliore è quello dei bambini, va anche cinquecento pezzi all’ora, ma è difficilissimo da ottenere.”
“Perché?”
“Perché non è facile farli star svegli quando hanno sonno. Magari stai lì a far di tutto per non farli addormentare e quelli si addormentano lo stesso in mezzo al casino più pazzesco e tutto è da buttare.”
“E il tuo com’è?”
“Buono. Non ho mai avuto problemi di sonno. Ho sempre toccato il cuscino e via, per dieci ore filate. Sarebbe anche una roba da cento, centocinquanta pezzi all’ora, se non fosse per i sogni.”
“I sogni? Che c’entrano i tuoi sogni?”
“E’ tutto lì, caro. La qualità è tutta lì. Un sonno è profondo, ristoratore, quando è sereno e la qualità dei buoni sogni è roba che si paga. Da quando è morta mia sorella io…, diciamo che ogni tanto i miei sogni diventano un po’ tristi.”
Lin Tai evitò lo sguardo di Manuel per non mostrargli gli occhi lucidi.
“Manuel?”
“Dime, amigo.”
“Te la ricordi Lin Hu? Eh Manuel? Te la ricordi?”
“Come fosse ieri, Lin Tai. Te lo giuro. Come fosse ieri” rispose Manuel girandosi verso la macchina del caffè per non far vedere che anche lui si era commosso.
“Sai” continuò Lin Tai “sono tante le persone che comprano sonno. Ci sono le persone stressate, gli insonni ma anche i malati e tutti i poveracci che hanno subito delle disgrazie che non li lasciano mai in pace, neanche la notte.”
“E magari ci sono anche i delinquenti che hanno la coscienza che li rimorde e con il dinero si comprano le notti tranquille che non avrebbero mai più passato. Il sonno dei giusti che non sono e non si meritano.”
“Forse” fece Lin Tai guardando fuori dalla vetrina del Bar “Forse sì. Forse ci sono anche loro.”
“Ora che fai?” cambiò discorso Manuel.
“Oggi sono di riposo al lavoro. Non lo sai come ci si sente dopo il prelievo. E’ come avere dentro una specie di fame che non si può saziare. Come aver fame e non aver più la bocca, ecco. Proprio così. Girerò tutto il giorno per stancarmi un po’, proverò un po’ a leggere e aspetterò sera sperando che mi ritorni il sonno per farmi una bella dormita. A volte non è così facile e ci mette anche due giorni a tornare. Speriamo di no che stavolta mi sento proprio a pezzi.”
“Mi raccomando, amigo, curati di te. E prenditi qualcosa per il mal di testa. Ti dò due tacos che te li mangi quando ti viene fame, d’accordo?”
“Grazie Manuel” rispose con gratitudine Lin Tai prendendo il sacchetto di carta che gli porgeva l’ amico.
“De nada, Lin Tai. ¡Adios!”
“Zài Jiàn, Manuel. A domani.”
Il barista restò solo con la spugnetta dei piatti in mano a guardare il pavimento del locale vuoto per qualche minuto.
Poi fece il giro del bancone, raggiunse la porta, espose il cartello con la scritta “Chiuso”, girò la chiave nella serratura, spense le luci e si diresse nel retro.
Si stese sulla brandina, tirò fuori dalla tasca del grembiule da lavoro un fiala di liquido incolore, la spezzò e se la versò sotto la lingua.
“Scusami Lin Tai, scusami amico mio” disse piano prima di addormentarsi.
E ancora non aveva chiuso gli occhi già c’era Lin Hu, davanti a lui.
Era bambina e correva in un posto che lui non aveva mai visto. Con il suo viso di porcellana e quel nastro tra i capelli che avrebbe portato per sempre. E poi di colpo era adulta, come lui la ricordava, che passeggiava forse nel parco con quella gonna, mio dio, quella che portava la prima volta che l’aveva vista nel bar e non aveva potuto fare a meno di amarla.
Rideva, diceva qualcosa, chiamava Lin Tai. Io sono innamorata, diceva, ma non ti dico di chi.
E poi scappava e rideva.
Scappava e rideva e il sogno a poco a poco svaniva.

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