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Respiro.
Non so perché mi sono lasciato coinvolgere in questa assurdità. Dovevo saperlo prima che non sono il tipo per questa roba, che queste situazioni hanno il potere di paralizzarmi.
Respiro.
Prima di accettare questa stronzata senza uscita, dico. Stronzata, proprio così, niente di più. Grande come una casa e inutile anche. Sissignore.
Respiro.
Ma ora basta attendere. Tanto non se ne esce se non facendo quel che c’è da fare. Devo ripetermi che dentro di me c’è tutto. Tutto il necessario per uscirne. Non devo smettere di ripeterlo.
Respiro.
Dentro di me c’è tutto.
Respiro.
Per primo parto da quello di fronte che parla con il disprezzo che gli storce la bocca. Quello lo colpisco alla saccenza, sotto la cintola. Gli sciorino due dati e per far più male fingo di ricordarli al millesimo, tanto il senso è corretto, di questo son certo.
Respiro.
Gli sbatto lì la dimostrazione che la comprensione reciproca migliora la quantità di gioia pro capite, il prodotto interno non lordo, l’aspettativa di consumo di bile. Magari gli faccio un grafico disegnandolo sulla terza di copertina delle “Collected Poems” di Dylan Thomas che dovrei avere con me, nella tasca destra del napapijri.
Respiro.
A quel punto mi abbasso, senza perdere un’istante, è importante, e schivo le risate, lo scherno, il dileggio degli astanti e nel contempo paro il fendente proditorio dell’intollerante che ho di fianco.
Respiro.
E’ fondamentale non farsi ammorbare dal puzzo della sua paura. Dalle sue rimozioni, dal suo sogno di ordine infantile e feroce, dalla sua affettività immatura, dalla sua incapacità di accettare la complessità e farmi in grado di fare ciò che va fatto, anche se è crudele, anche se è spietato.
Respiro.
Non interromperlo. Lasciarlo parlare, che di sè stesso parlando faccia scempio, che si faccia da solo ciò che ha saputo meritare.
Respiro.
Il rantolo bronchiale del disilluso che mi sta alle spalle mi sia d’allarme, sia la molla al mio salto mortale. Per arrestare appena in tempo il suo saper vivere col braccio sinistro, il suo diffidare con la mano destra, il suo manuale per uomini di mondo che non si fanno coglionare con una sedia raccolta e brandita, come un domatore, e con un paio di occhiali a specchio il suo occhio di lepre sempre spalancato alla ricerca perenne del nemico naturale.
Respiro. Respiro.
Ma ancora non è il momento di riposare. Ancora no. C’è sempre il furbo appostato fin dall’inizio a sinistra, dal lato del braccio meno forte, in attesa di colpirmi non appena sarò più stanco.
Respiro.
A lui paleso le mie intenzioni, dichiaro i miei intenti, dico in anticipo dove sto mirando. Solo così potrò esser certo che ogni colpo vada a segno perché il furbo non crede mai alla verità, quando la incontra, né confida nella sua esistenza su questa terra e passa il tempo a cercare di evitare ciò che gli tocca. Di espirare dopo aver inspirato, di poggiare il sedere dopo essersi seduto, di essere attratto dalla forza di gravità saltando, di incontrare la luce aprendo gli occhi o un pugno sul grugno dopo averlo provocato.
Respiro.
E appena li vedo a terra tutti, senza fermarmi, raccolgo tutto quel che mi resta per lo scontro più duro e mi affronto. Che non sia mai che io mi senta il padrone di me stesso, il mio tiranno.
Con un imprevisto mi libero dell’espressione presuntuosa di chi crede di sapere dove è diretto e si pensa in grado di prevedere dove sarà domani. Uso il caso, il galleggiamento, mi spiazzo con la casualità con cui s’arricciano al vento i capelli tuoi che sanno stregarmi ancora. E mi libero del furbo, del disilluso, del razzista, del saccente che dopo aver deposto, mi accingevo a diventare.
Respiro.
Respiro.
Sotto a chi tocca, bastardi. En garde.
Respiro.

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