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Avevo quasi ottocento amici su Facebook. Se un giorno avessi postato qualcosa di veramente portentoso, di sfolgorante, di esplosivo, di disturbante forse un terzo di loro lo avrebbe letto e questo ne avrebbe influenzato per qualche minuto, magari per qualche ora, i pensieri. Probabilmente un certo numero di loro lo avrebbe condiviso, qualcuno avrebbe commentato. Sarei arrivato a sfiorare per un attimo le esistenze di trecento persone. Quattrocento a voler esagerare.
Se mi fossi schiantato al suolo pilotando un airbus A330 con i posti quasi al completo avrei cancellato d’un colpo qualcosa come duecento vite o forse più. Considerando la ricaduta sulle famiglie, tenendosi bassi e calcolando una media di tre familiari a passeggero, avrei cambiato per sempre l’esistenza di altre seicento persone che più i duecento scomparsi non avrebbe fatto neanche mille individui. E lo so che si sarebbero potuti includere nel numero anche i milioni di lettori e telespettatori colpiti, anzi sconvolti dalla notizia, ma quelli mi rifiutavo di considerarli perché sapevo bene quanto fugace sarebbe stata in loro l’impressione della tragedia, quanto passeggero il turbamento. Roba di minuti, qualche ora a farla grossa. In ogni caso io non sapevo pilotare un airbus e non avevo nè cervello né il cuore di fare una cosa di quel tipo.
Così ho concepito il mio progetto e l’ho messo in atto. Un colpo di genio, c’è poco da fare.
Il punto adatto, il più stretto, lo avevo adocchiato da anni visto che ci passavo tutti i giorni sia all’andata che al ritorno. L’ora giusta non ci voleva un nobel a immaginarla: tra le sette e le nove del mattino.
Poi finalmente quest’oggi, a metà della galleria, ho intraversato per bene la macchina con il freno a mano e mi sono sfracellato proprio dove volevo.
C’è stato qualche tamponamento a catena, senza feriti, e poi il blocco.
Nella prima mezz’ora siamo arrivati a tre chilometri di fila. Dopo un ora eravamo a ventiquattro chilometri.
Ventiquattro chilometri di macchine in coda, considerando uno spazio medio di quattro virgola cinque metri a macchina ed un intervallo di circa un metro tra una macchina ed un’altra fanno quattromilatrecentoquarantaquattro macchine. Considerando una media di due passeggeri per macchina si arriva a circa ottomilasettecento passeggeri ma se si pensa che il blocco dell’autostrada si è riversato in breve sulla statale coinvolgendo almeno altri tremila veicoli è stato un attimo arrivare a poco meno di quindicimila persone ferme, in attesa, nel mattino.
L’incidente è avvenuto alle sette e trentadue e la coda si è protratta fino alle dieci e quindici circa.
Per quasi tre ore, il tempo, gli interrogativi, le imprecazioni, le telefonate, gli appuntamenti mancati, i pensieri, le mani strette sul volante, i piedi sui pedali, gli occhi, i corpi accaldati, la vita materiale di quindicimila persone sono stati determinati da me, da un mio gesto.
Poi quando la coda ha cominciato a defluire, a migliaia mi sono sfilati accanto e hanno reso il loro omaggio silenzioso al mio corpo coperto da un telo, alla mia macchina accartocciata, irriconoscibile, fumante alla luce intermittente e bluastra dei lampeggianti e insieme a me alla guardia d’onore che presidiava le mie spoglie, con le divise gialle catarifrangenti. E’ stato lì, finalmente, durante quella processione funebre degna di un grande capo di stato, che ho avuto la fama, che il mondo mi ha visto, che per la prima volta sono esistito. Di più non potevo. Di più non potevo volere.

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