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Dal momento che è questione di pochi giri di campo e zitti zitti ce ne andremo negli spogliatoi.
Per quanto ci si voglia illudere che la comparsata della nostra vita possa significare qualcosa (qualsivoglia) o spettinare un capello al mondo.
E nonostante ci si ostini a individuare all’orizzonte e nei fondi di caffè il segno certo che qualcosa resterà di noi, uno scritto, l’impronta nell’aria, la memoria di chi resta (moribondi che affidano il testimone ad altri moribondi).
Malgrado ci si raccontino queste e molte altre favole dello stesso seme per mascherare la trascurabilità, l’irrilevanza del nostro accenderci e spegnerci nel buio (immagino a volte le vite degli uomini come spot di luce su un enorme planisfero che si accendono ad ogni nascita e si spengono ad ogni morte continuamente, freneticamente, come led che durano un battito di ciglia).
Nonostante tutte le umanissime e commoventi foglie di fico resta questo alla fine. Che dura fatica capire il senso e il passo e con che viso portarsi dall’alba al tramonto qui sul pianetino.
Io con il tempo, per quel che vale, mi sono fatto convinto che ci siano due modi di farlo con decenza.
L’uno è farsi durevolmente bambini e avere gli occhi per ciò che fa sorridere. Per tutte le capriole, le coincidenze, le assurdità, gli equivoci, le carambole, gli inciampi, gli accidenti che le forze del caso e della gravitazione ci parano davanti.
Non tutto ma moltissimo d’intorno merita il nostro sorriso e non di rado il nostro riso. Nulla glorifica l’immotivato, l’incomprensibile come una risata, nulla è più adeguato all’insensatezza delle nostre traiettorie.
L’altro è essere costantemente consci.
Tenere lo sguardo puntato sul dolore che sprigiona da ogni dove, rimirarlo senza abbassare gli occhi, denunciare lo sfregio delle vite incompiute, lo stupro del tempo, il sopruso della morte, l’inutile perversione della malattia, sfidare la vertigine che ne deriva, la follia che ne esala, giocare al gioco senza accettarlo eppure giocare, nonostante la partita sia già persa.
Questo è l’altro modo per abitare i nostri panni che maggiormente ci avvicina alla dignità, sempre che possa esserci vera dignità nell’occupare questa forma d’uomini. Perché si può piangere la tragedia dell’esistente o restarne annichiliti ma solo il non vederla può veramente degradarci.
Ci sono persone che sanno essere nel primo modo, altri che sanno essere nell’altro e pochi, pochissimi che sanno essere in entrambi, a seconda delle maree e delle circostanze.
Poi ci sono tutti gli altri modi, i più praticati.
Vivere come fossero drammi la miriade di trascurabili microavvenimenti della propria commedia, le quisquilie, farsi accecare dal pulviscolo alzato dai propri piedi e dolersi di intoppi nati già scordati. Volgere lo sguardo dalla tragedia del mondo, nell’illusione patetica di non patire. Ridere della sofferenza che domani sarà la nostra e piangere a calde lacrime la propria unghia incarnita. Anestetizzarsi di oggetti e giochi di prestigio per non vedere, non sentire, non guardarsi sanguinare; godere sottilmente per ogni colpo che ci sfiora e abbatte un fratello.
Vittime dell’ingiustizia farsi a propria volta ingiusti, vittime della crudeltà farsi crudeli ed essere colpevoli strumenti della natura cieca ma incolpevole.
E così cadere sprecando il riso, sprecando le lacrime, tradendo per sempre la propria benedizione, tradendo la propria maledizione. E morendo allo stesso modo alla fine, certamente, gli uni indistinguibili dagli altri; morire ugualmente, questo è sicuro, ma da già morti.

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