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In questo momento il mio corpo è il pilota automatico che guida la macchina verso la meta del martedì. Non c’è bisogno di sorvegliarlo, la meta del martedì è stata impostata nel programma un milione di martedì fa e da allora non è mai cambiata.
I pensieri in compenso garriscono come sempre al vento terso che soffia in quota e proprio ora stanno sorvolando un paese remoto di cascate e brughiere a 65° circa di latitudine nord, dove il pilota automatico mai saprebbe condurmi.
È meglio si godano il panorama. Da un momento all’altro entreranno in azione i cannoni antiaerei e li tireranno giù, come sempre succede. Ecco infatti. Le gambe che azionano freno e frizione in risposta ad uno stimolo visivo-cromatico, la mano destra che sposta il cambio sul folle, gli occhi che si puntano sulle strisce in attesa che i bipedi sfilino e scatti il verde di nuovo.
Quanto dura un semaforo? Il tempo di accendere una sigaretta, di cambiare stazione radio, di dare un’inutile occhiata al telefono, il tempo di rivedere una caduta in moto di quarant’anni fa e chiudere gli occhi un attimo prima di baciare l’asfalto. Mai abbastanza per alzarsi in volo di nuovo.
Questo qui poi, sul viale delle brigate partigiane, quando si pianta sul rosso sembra non voglia mai finire. Sarà per questo che l’ha scelto il solito giocoliere che ora si para davanti agli inscatolati con un sorriso carminio disegnato a rossetto su una biacca minutamente crepata.
I giochetti di strada con le palle e i birilli mi mettono una tristezza sconfinata. Immagino le ore trascorse a impararli prima di poterli sfoggiare agli occhi degli involontari spettatori come una pubblicità fuori posto nel mezzo di un brutto documentario sulla vita. Mi disturba la finta semplicità ostentata, mi affligge la ripetitività, mi imbarazza fino alla sofferenza l’inevitabile sbaglio con rincorsa della clavetta o della pallina in fuga sull’asfalto. E mi offende infine, atrocemente, la richiesta di approvazione che segue il brutto dono, poco importa sia sotto forma di qualche moneta o di un complimento, che mi riporta alla cortesia ipocrita con cui sono impastato, il marchio indelebile della buona educazione borghese, il valore assoluto del “non far rimanere male” che vince su tutto, qualsiasi cosa ti venga fatta o propinata da chiunque e con qualsiasi intenzione.
Quanto dura un semaforo? Il tempo di uno spettacolino in piena regola che però stavolta sembra diverso dagli altri.
Il tipo è insolitamente capace e ha una grazia inaspettata. Mi sorprende questa cosa, si capisce chiaramente che non ci troviamo di fronte ad un improvvisato ma ad uno che non sfigurerebbe sulla pedana del miglior circo equestre. Come è possibile, mi chiedo, che l’artista (mi sorprendo ad usare questa parola che però subito mi sembra calzante) si esibisca qui e in questo modo? L’improvviso scatto in avanti del gregge a motore mi riporta al documentario interrotto.
Mentre taglio con gli altri il traguardo delle strisce pedonali mi storco tutto col collo per guardare in viso il virtuoso. Faccio in tempo a vederlo poggiare sul marciapiede il piccolo sgabello che ha usato per il suo numero e sedersi lento, come stesse compiendo uno dei gesti previsti da una liturgia misteriosa.
Quel che succede dopo è per me uno dei fatti più straordinari degli ultimi mille martedì.
Ordino al pilota di curvare alla prima traversa, sento la sua resistenza, la vinco, lo induco a cercare un posteggio di fortuna. Esco dall’auto e mi trovo a calcare con i piedi luoghi che per tutta la vita ho solo percorso in auto. Mi sento spaesato, come dall’altro lato dello specchio. Ripercorro in sogno la strada fino al semaforo.
Il giocoliere ha terminato il suo numero, raccoglie qualche offerta e con impeccabile tempismo si sottrae alla carica della mandria gommata.
Quando poggia lo sgabello gli rivolgo la parola. Con cortesia ma senza timore, come si fa con chi sotterraneamente percepiamo di un grado inferiore.
Scopro che no, non è stato costretto a questa vita da un destino avverso. E no, non è senza arte né parte, è un elettricista e potrebbe vivere senza fatica del suo lavoro. E non è nemmeno un romantico clochard che ha barattato ogni comodità in cambio della libertà. E quindi? Cosa mi sfugge?
Mi racconta che sin da piccolo ha mostrato talento per i giochi di abilità e di destrezza, di magia, le manipolazioni, gli esercizi di equilibrio. Di più, che praticare quel che gli era così connaturato lo faceva star bene, lo faceva sentire al posto suo, lo spingeva a migliorarsi, a darsi con generosità. Così ha deciso che tutto questo non doveva essere dimenticato, sprecato, soffocato. Che val la pena di dare a questo mondo quello che si è capaci di dare; non c’è una gerarchia, non ci sono ruoli utili e inutili a meno che non ci si metta dal punto di vista di chi vuole usare la nostra pelle per fare tamburi. E non c’è un premio, no, e non c’è merito a fare i servi e a uccidere il proprio briciolo di bellezza.
Balbetto i miei complimenti, lascio qualche moneta e saluto.
Il pilota automatico freme per tornare al noto, sospira di sollievo quando si siede nell’abitacolo, accende il motore e riparte.
I pensieri non gli fanno compagnia nemmeno per un momento.
Garriscono al vento di maestrale. Il maestrale che quando soffia sull’isola, soffia in base tre. Tre giorni e i suoi multipli: sei giorni, nove giorni. Il vento teso che piega le piante, le rocce e sgualcisce senza sosta la piana infinita del mare. Il Mistral che nel luglio del settantotto andava avanti da un tempo infinito che so divisibile per tre ma non saprei quantificare.
Avrei fatto qualsiasi cosa per farmi notare da te in mezzo a tutto quel vento.
Il pilota percorre la solita strada che sa da un pezzo essere più lunga e più scomoda ma che non può risolversi ad abbandonare.
Eppure, di quel poco che avevo da mettere in mostra, sceglievo di regalarti piccole poesie, canzoni improbabili di mia creazione da suonarti la sera, cercando il tuo sguardo.
Il pilota raggiunge il parcheggio, si indispettisce di trovare il suo solito posto occupato e ripiega su quello di fianco.
Sei bravo mi dicevi, sei bravo e qualcosa mi si gonfiava in petto a vederti sincera e sembrava sul punto di trasudarmi dagli occhi. Ero entrato in te con quello che ero e lì, comunque sarebbe finita, sarei rimasto per sempre.
Fino alle diciannove fanno dodici euro e cinquanta. Le mie mani vanno al portafoglio. L’aria di giugno è ferma tra i palazzi e schiaccia a terra l’ombra del parcheggiatore e quella del pilota, stese a fianco nel mezzo del piazzale assolato.

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