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Benvenuti alla prima lezione del corso di tecniche della sopravvivenza dell’Università di Bitonto in collaborazione con l’Ateneo di Durazzo, la partecipazione straordinaria di Sky Italia e il contributo di Akuel, il partner del piacere.
Dal momento che questi nuovissimi corsi non sono gratuiti e le rette sono, ahimè piuttosto salate (segno peraltro del loro elevatissimo livello qualitativo) non sciupiamo il vostro prezioso tempo ed iniziamo subito con la prima lezione.

PRIMA LEZIONE: Lavorare al tempo della crisi.
La prima regola d’oro per lavorare in tempo di crisi è essere disoccupati.
E’ questa una condizione basilare. Stare tra gli occupati significa prendere sberle e calci tutti i giorni e dovere ancora ringraziare tutti quanti per la propria incommensurabile fortuna. E’ una gran vitaccia quella dello schiavo con l’obbligo del sorriso, credetemi. Essere ufficialmente nella situazione dei reietti presenta invece alcuni vantaggi: se non altro si verrà dimenticati e si potrà vivere in una zona franca, una specie di recinto della commiserazione dove non di rado si gode di ottima compagnia e si potrà usufruire, vivaddio, del sacro privilegio della lamentela. Chissà che poi un giorno non si possa addirittura vantare un credito e essere risarciti dalla Comunità Europea in bund tedeschi o meglio ancora in buoni benzina da regalare alla fidanzata o alla moglie a Natale. In ogni caso la condizione del disoccupato creativo, se ben sfruttata, fornisce un buon grado di libertà per inventarsi attività flessibili e consone ai tempi.
La prima domanda da porsi prima di iniziare una attività che abbia qualche possibilità di successo in Italia dovrebbe essere: “di che cosa c’è un gran bisogno in questi momenti terribili e cupi?”
Di soluzioni direte voi.
Mi dispiace l’articolo è esaurito. Nel dizionario tra Soluto e Solvente c’è un buco nella pagina che fa vedere la pagina di sotto alla voce Somaro.
Di buone energie? Di speranza?
Per carità. Chi vende speranza dura meno di un portafoglio dimenticato in metropolitana. La speranza nasce tradita per definizione e nessuno finisce per essere più odiato di chi la va donando al prossimo.
D’accordo. Dimentichiamoci queste sciocchezze e veniamo alla risposta esatta.
La cosa di cui l’italica gente maggiormente abbisogna è la Disperazione. Disperazione e Negatività. Questi sono i sentimenti che vanno, svegliatevi. Se una persona media, mediamente sommersa da una media quantità di casini e ristrettezze, sente una buona notizia al telegiornale (non scoppierà più la terza guerra mondiale, il PIL è salito dello zerovirgolazerozerouno percento rispetto allo stesso trimestre del 1916, un contadino lucano ha trovato un forziere di pepite in giardino) potete star certi che gli gireranno mediamente i coglioni. Confronta quel timido raggiolin di sole con il proprio buio e si intristisce, si incupisce. Ma dategli una bella cattiva notizia e statelo ad osservare. Guardate con quale gioia accoglie l’ennesima conferma alla sua visione catastrofica della realtà! Una nave è affondata con tutti i crocieristi (vedi che facciamo bene noi a non andare in ferie), viene introdotta una nuova tassa sulla crescita dei capelli (e ora voglio vedere la faccia di quello stronzo del piano di sotto con quei due figli capelloni), hanno venduto il colosseo ai coreani (in Italia non ci rimane più niente, non so dove andremo a finire).
Sulla base di questa consolidata propensione che costituisce un vero e proprio mercato in espansione è possibile immaginare alcuni mestieri con buone probabilità di affermazione e aspettative di guadagno di tutto rispetto. Un’occupazione che sta diventando ormai un classico in questo senso è l’Inventore di Notizie False (INF). Chi fosse interessato ad intraprendere questa professione dovrebbe darsi da fare senza indugio perché il fabbisogno si sta rapidamente saturando.
Il canone RAI è stato abolito, ogni neonato avrà un microchip sottocute, le famiglie dovranno tenere un registro spese, le false notizie ormai non si contano. Ma per quanto grosse siano le balle, se ci riflettiamo, ci accorgiamo che hanno tutte un comune denominatore: la “gente” leggendole si deve indignare, deve sentire che la misura è veramente colma. E’ così elevato il bisogno di credere a queste notizie che ogni senso critico viene a cadere e potete star certi che più le sparerete grosse e più avrete successo. Istantaneamente poi, scatterà il bisogno compulsivo di divulgarle e si dovrà solo stare ad osservare: le bufale correranno da sole nella prateria dei media neanche avessero Buffalo Bill alle calcagna. I siti online, i social, le rivistine pubblicheranno (e pagheranno) volentieri le vostre bufale, cari disoccupati creativi, perché vedranno aumentare le loro tirature. Non importeranno nulla le successive smentite: la funzione della balla si esaurisce rapidamente e altrettanto rapidamente ne sarà pronta una nuova.
Ora ci si potrebbe domandare: “che se ne farà mai una persona di queste false brutte notizie (tanto più che dovrebbe averne a sufficienza di quelle vere)?”
La risposta è: assolutamente nulla.
Si indignerà un po’, borbotterà, bestemmierà, le racconterà a Tizio e Caio con gran voluttà e poi si unirà tutto soddisfatto ai 2.999.999 che stanno per assistere alla nuova puntata di Masterchef Italia.
Qui si conclude la prima lezione del nostro corso. Io vi saluto e vi lascio con questi primi spunti che svilupperemo nella prossima lezione sui nuovi mestieri che avrà per titolo: la bufala creativa, dall’invenzione alla sua costruzione.

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