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Grazie al cielo il lavoro non mi è mai mancato. Sono cresciuto a Piombino e quando non avevo neanche quindici anni mio padre mi ha mandato a bottega da un artigiano che realizzava interni per barche. Lì ho imparato il mestiere e d’allora non sono stato neanche un giorno con le mani in mano. Vent’anni fa ho aperto la mia piccola ditta e tutto è andato a gonfie vele fino alla maledetta crisi. Da allora ho visto il nostro porticciolo turistico svuotarsi un po’ alla volta e, a far conto da adesso, il sottoscritto è senza una commessa da cinque mesi, diciassette giorni e due ore. Diciamo che sto smaltendo tutte le ferie che non ho fatto in trent’anni con tanto di interessi. Guardo Giorgino che finge di ramazzare l’officina e penso che sarebbe più onesto rimandarlo a casa. Con la sua abilità al computer certamente troverebbe di meglio da fare che stare qui ad aspettare non si sa neanche cosa. Peccato che io e suo padre siamo amici da sempre e lui l’ha affidato a me perché gli insegni il mestiere.
Sto seriamente pensando di dargli una giornata libera e di andarmi a prendere una solenne sbornia al baretto di Luigi, quando accade qualcosa che inizialmente stento a riconoscere. Un suono alieno che proviene da un passato remotissimo. E’ lo squillo del telefono. Giorgino rimane impietrito con la ramazza in mano.
“Pronto, sono il Toni, ti ricordi?”
Toni è uno sborone che ha tenuto per anni un ventidue metri qui a Santa Margherita e un bel giorno chi l’ha visto più. Girava con una Maserati e una donna sempre diversa. Un coglione foderato di soldi dalla professione misteriosa.
“La barchetta ora la tengo a Mentone che in Italia non ci si può più stare, tu mi capisci. Il problema è che gli artigiani come te qui se li scordano. Come sei a impegni? Perché se tu potessi trovare un buchetto per me, io avrei un po’ di lavoretti da fare sulla “Marylin”. Ovviamente ti pagherei la trasferta e tutto il resto.”
Faccio il prezioso, rispondo che devo vedere un po’ e mi faccio lasciare il numero. Passo mezz’ora a riprovare tutti i passi di “Singin’ in the rain” (che a me Gene Kelly mi fa un baffo) con Giorgino che mi guarda preoccupato e poi richiamo. E’ fortunato signor Toni, mi hanno disdetto un lavoro e mi si sono liberati i prossimi due giorni.
Che cosa meravigliosa che è l’aria che si respira quando si parte. Percorro l’Autostrada dei Fiori guidando piano per godermela tutta e mi fermo pure a qualche autogrill a fare il pieno di panini cattivi e inutili gadgets. Il padre di Giorgino mi ha prestato duecento euro per il viaggio con promessa di restituzione immediata e io mi sento Ranieri di Monaco che rientra alla maison. Giorgino ignaro smanetta con il telefonino e ogni tanto mi sorride. Anche lui sembra felice.
Quando arriviamo al porto di Mentone non abbiamo nessuna difficoltà a trovare la Marylin. Toni non c’è e ha lasciato al ragazzo di bordo un elenco dei lavori da fare. Entro stasera se ci diamo dentro dovremmo aver finito. Come volevasi dimostrare alle quattro del pomeriggio diamo l’ultimo giro di cacciavite.
Attendendo Toni ci guardiamo un po’ in giro. Il porticciolo è pieno di italiani. Riconosco persino alcuni vecchi frequentatori di Santa e non poche barche a cui ho fatto lavori in un passato felice. Giorgino è in uno stato di esaltazione ormonale e ogni tanto devo arrotolargli la lingua per rimettergliela in bocca visto il viavai di bellezze di ogni nazionalità che c’è sul molo. Il problema è che il tempo passa e il nostro committente non si vede. Calcolando il tempo del rientro comincio a disperare che saremmo a casa per cena. Quando comincia a far buio e io mi sto trasformando in un licantropo, compare una motoretta sul molo che si ferma davanti a noi. Un ragazzino francese ci dice come può che il signor Toni è alla Gendarmerie e non tornerà per stasera e neanche per domani.
Il mondo mi crolla addosso. Hanno blindato Toni e la mia parcella me la posso fare in insalata. Non so neanche se ho i soldi per rientrare a casa. Giorgino mi guarda preoccupato. Sono affranto. Rientro sotto coperta e mi verso uno scotch doppio attingendo dal bar di bordo. Sono lì che penso se posso sequestrare qualcosa del mobilio come risarcimento quando sento rumori provenire dalle cabine.
C’è qualcuno a bordo.
Io e Giorgino ci alziamo di scatto e ci compare di fronte una sventola bionda con aria assonnata. Indossa solo la giacca di un pigiama da uomo e mostra due gambe nude che salgono e salgono fino a farci venire le vertigini. Diciamo che se volessi abbracciarla Giorgino mi dovrebbe fare scaletta.
“Lei chi è scusi?”
“Io Katharina, chi è voi?”
Non fa in tempo a finire di parlare che fa la sua apparizione un articolo dello stesso livello qualitativo ma dai capelli splendidamente ramati. Si è appena alzata dal letto, questo è evidente, e ci guarda con aria interrogativa. Penso che devo trovare alla svelta un guinzaglio e una museruola per Giorgino quando l’antico adagio del “due senza tre” trova la sua ennesima conferma. Questa è di colore e strapperebbe un ululato anche ad un muto con problemi di vista. Le discinte fanciulle non si capacitano della nostra presenza a bordo e noi della loro.
“Noi aggiustato la barca” dico con il linguaggio dei Moicani “voi cosa fate qui?”
“Dove Toni?” dice la rossa.
“Toni è via per un po’.”
Sguardi perplessi.
“Tony has gone, we don’t know when he’ll be back.” Grazie Giorgino.
Viraggio delle espressioni da perplesse a disperate. La neretta si copre il viso con le mani, la rossa crolla su una sedia.
“Noi deve lavorare! Come?”
Sta a vedere che Toni. Non ci posso credere. Sto gran figlio.
“Come Lavorare? Lavorare come?”
Katharina si guarda intorno come per cercare qualcosa senza trovarlo poi adocchia il super telefono di Giorgino e lo indica.
“Computer! Computer! Capisci me?”
Toni ha assunto le tre esperte di informatica più belle del mondo per la manutenzione del suo parco elettronico? Non ci capisco più niente. Per fortuna quell’imbranato di Giorgino sembra invece aver compreso tutto.
“Sono delle cam-girl! Eccola spiegata l’attività del nostro Toni!”
Il mio assistente mi spiega come si fa con un bambino deficiente che le cam girl sono ragazze che si esibiscono in spettacoli erotici per i clienti davanti alla webcam di un computer. Di solito sono studentesse o casalinghe che arrotondano così o si mantengono agli studi. Il guadagno è discreto ma la fetta più cospicua spetta all’organizzatore del sito specializzato che incassa non solo la percentuale sulle prestazioni ma anche i proventi della pubblicità che possono essere molto alti se il sito ha un buon successo.
Quando la spiegazione finisce siamo tutti e cinque seduti sui divanetti in pelle al secondo giro di whisky e abbiamo trovato anche il ghiaccio. Io e Giorgino ci guardiamo. Siamo forse un po’ brilli ma tra di noi scocca la scintilla di una vera, grande intuizione.
Quando all’autogrill di Ventimiglia Katharina e le sue amiche escono dalla mia vecchia Citroen per un caffè, le mandibole di tutti gli avventori maschi subiscono un improvviso e irresistibile moto di attrazione verso il pavimento. Giorgino ed io facciamo la nostra uscita trionfale tra gomitate e mugolii. Siamo senza dubbio gli artigiani più invidiati dell’emisfero boreale.
Abbiamo deciso che la società si chiamerà “Il porto dell’Amore”. L’officina sarà una sede perfetta, e il finanziamento iniziale, peraltro minimo, sarà sostenuto dal padre di Giorgino che entrerà come socio di minoranza. Se cercate su un dizionario economico l’ espressione “riconversione industriale” troverete questa definizione: <processo che consente alle imprese di inserirsi in settori di produzione a domanda più elevata, rispetto a quello in cui già operano, in funzione delle nuove esigenze di mercato etc. etc.>. Ecco, è proprio questo che faremo. Supereremo le secche della crisi, salveremo il Paese. Perché siamo i pionieri dell’Italia nuova e viaggiamo spediti verso il futuro. In Maserati, possibilmente.

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