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Il campanello non fa in tempo a squillare che la porta si spalanca. Una donna spettinata e in vestaglia fa cenno di entrare.
“L’aspettavamo dottore. Prego, di qua.”
“Da quanto si è aggravato?”
“Non so dirle, dottore.”
“Come sarebbe “non so dirle”?”
“Eh, dottore, beato lei…”
“Beato lei? Ma che sta dicendo?”
“Beato lei che non ha a che fare con lui! Che di solito visita gente normale.”
“Mah, che razza di discorsi…”
“Venga dottore, venga di qua.”
La donna sale una rampa di scale e il medico la segue scuotendo la testa. La stanza è una specie di soffitta ingombra di ogni sorta di oggetti.
“Ma che posto è questo per ospitare un malato?” sbotta il medico che comincia ad innervosirsi.
“Un attimo di pazienza, dottore, un attimo solo. Le dispiace darmi una mano?”
La signora è tutta impegnata a tirare una corda appesa al soffitto, rossa in viso per lo sforzo. Con lo sguardo stralunato il medico la aiuta senza nemmeno sapere perché mai lo stia facendo. Con un po’ di fatica la corda si muove e alla fine cede. Con un colpo secco si spalanca una botola che dà sul tetto. Una nuvola di polvere cade sui due che stanno di sotto.
“Ma che diavolo sta succedendo in questo posto?” urla il malcapitato tra i colpi di tosse.
La signora spettinata nemmeno risponde intenta com’è a trasportare verso di lui una scala a pioli raccattata in qualche angolo della soffitta.
“Ecco, se non le spiace…”
“Questa poi… quando la racconto… tutte a me devono capitare!” pensa il medico. Ormai rassegnato alle stranezze, con la giacca tutta impolverata, il poveretto posa a terra la valigetta e posiziona la scala sul bordo dell’apertura in alto, da cui entra prepotente la luce del giorno.
La testa del dottore che spunta dalla botola sul tetto del palazzo ha un’espressione fortemente infelice e soffia come un mantice per la scalata.
A cinque centimetri dal suo naso un viso lo osserva con vivo interesse.
“Oh madonna mia!” esclama la testa del dottore.
“E lei chi sarebbe?” dice l’anziano che lo scruta stando in ginocchio.
“Ma chi sarebbe lei!” replica la testa.
“Pagliarulo Giacomo per servirla, signore.”
“Il malato?”
“Esattamente”
“Io sono il dott. Imposimato. Ora che ci siamo presentati mi lasci uscire da qui e poi ci raccontiamo due cose, io e lei.”
Non senza qualche fatica il dottore, che non ha propriamente un fisico da ginnasta, si issa sul tetto e si guarda intorno mentre riprende fiato. Il tetto del condominio è uguale a tanti altri, con i comignoli e le antenne televisive. Il letto del malato, con tanto di comodino e piccolo televisore portatile, troneggia proprio nel mezzo del terrazzo.
Durante l’intera operazione il sig. Pagliarulo si è disteso da bravo malato con le copertine rimboccate.
“Poi mi spiegherà la ragione di tutta questa sceneggiata – dice con aria severa Imposimato avvicinandosi al capezzale – ma per il momento mi racconti come si sente, visto che fino a prova contraria sono qua per questo.”
“Mah, la ringrazio dottore, non c’è malaccio.”
Il dottor Imposimato barcolla che sembra debba avere un mancamento da un momento all’altro.
“Vuol dire che mi avete fatto venire qui per niente?” urla. Un gruppo di piccioni appollaiati sul fumaiolo vicino si alza in volo spaventato.
“Dottore non faccia così! Posso offrirle qualcosa? – il malato apre lo sportello del capiente comodino – Un bicchiere d’acqua, un sorso di vino? E’ buonissimo, lo fa mio cognato.”
“Ma che sta dicendo? E’ impazzito? Io non ho tempo da perdere!”
“Due fette di salame? Un assaggio di cacio? Non faccia complimenti!” prosegue imperterrito il sig. Pagliarulo brandendo come uno spadone un salame di almeno cinquanta centimetri.
“Basta! Io me ne vado!” sbotta il medico paonazzo.
“Come! E la visita?”
“Ma quale visita e visita! Lei sta meglio di me!”
“Eh, caro dottore, adesso è così, ma domani? Io, deve sapere, ho quasi ottantaquattro anni…”
“E allora? Cosa vuol fare? Una visita preventiva sul tetto di un palazzo?”
“Aspetti dottore. Non vada in collera. Mi faccia spiegare.”
Il dottore, che evidentemente non muore dalla fretta di affrontare in discesa la scala a pioli, si ferma in posizione d’ascolto come a dire “alla prima sciocchezza che viene fuori me ne vado senza nemmeno salutare”.
“Deve sapere, caro dottore, che io fin da ragazzo mi sono fatto un giuramento. Mai e poi mai sarei morto senza avere sopra di me il cielo del buon dio. Per nessuna ragione me ne sarei andato chiuso in una stanza come un topo. Io voglio salutare il mondo con la bellezza del creato ancora negli occhi. Ora, lei sarà d’accordo che alla mia età la morte può arrivare da un momento all’altro. “E se mi cogliesse mentre sono in casa?” mi sono detto. “Se non facessi nemmeno in tempo a raggiungere un balcone, una finestra?” Così da qualche mese mi sono trasferito qui. Il fatto è che i mesi passano e tra poco siamo in ottobre. Quanto potrò stare ancora qui, senza un tetto sulla testa? Così ho pensato di fare un controllino per vedere un po’ come sono messo. Se le mie condizioni fossero proprio soddisfacenti, potrei rischiarmela e tornare in casa. Se viceversa lei mi trovasse un po’ barcollante, be’, in quel caso me ne resterei qua sopra ad attendere serenamente la mia ora.”
Il dottor Imposimato resta a guardarlo come una statua di sale con la valigetta in mano per due minuti buoni.
“Ho capito” dice alla fine e poi ripete quasi tra sé e sé “Ho capito”.
“E allora dottò, me la fa ‘sta visita?”
Il dottor Imposimato non è un dottore superficiale e se fa una visita non la fa per finta. Dopo una ventina di minuti buoni di percussioni e auscultazioni e di “tossisca” e “dica trentatré”, si toglie il fonendo, guarda il sig. Pagliarulo negli occhi e gli dice: “Lei sta benissimo. Penso che possa azzardarsi a scendere in casa. Vuol dire che qui sopra ci tornerà a Primavera.”
“Grazie dottore! Lei mi ha capito! E’ proprio una brava persona lei! E un medico con i fiocchi!”
Il dottore resta seduto sul letto e guarda lontano.
“Che bel panorama che si vede di qui.”
“Ha visto dottò? Si abbraccia tutto il golfo”.
“Io esco di casa la mattina che è buio e torno che è buio. Mi ero scordato di quanto fosse bello”.
“Anche io sa? Quando lavoravo intendo. Ma ora mi sto riprendendo tutto con gli interessi. Ma lo sa che all’alba nei giorni tersi si vedono le isole dell’arcipelago toscano in lontananza?”
“Ma veramente? Me l’hanno detto che è possibile ma io non sono mai riuscito a vederle.”
“E anche la Corsica a volte!”
Il dottore resta un poco in silenzio seguendo il volo di un gabbiano nel sole e poi si rivolge sorridendo al suo paziente.
“Senta Pagliarulo ma siamo proprio sicuri che è buono ‘sto vino che fa suo cognato?”

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