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‘Αλλὰ μὴ βιάζειϛ τò ταξεῖδι διόλου.
Καλλίτερα χρόνια πολλὰ νὰ διαρκέσει
καὶ γέρος πιὰ ν’ ἀράζεις στό νησί,
πλούσιος μὲ ὃσα κέρδισες στὸν δρόμο,
μὴ προσδοκῶντας πλούτη νὰ σὲ δώσει ἡ ‘Ιθάκη

Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca

Itaca , Constantinos Kavafis

Ulisse sentì che era giunto ancora una volta il momento di mutare aria e cambiarsi vestito agli occhi e inondarsi le narici di odori nuovi. Era stato un discreto nuotatore da ragazzo e decise che quello sarebbe stato il modo con cui se ne sarebbe andato quella volta. Era un buon sistema che avrebbe avuto anche il vantaggio di fargli passare la voglia di portarsi dietro souvenir e sopravvivenze della vita che si stava chiudendo.
“Si nasce nudi e nudo io nascerò di nuovo, anzi in costume da bagno” si disse con il cuore tutto invaso dalla speranza che lo coglieva sempre in quelle vigilie.
La mattina del giorno prescelto, senza avvisare nessuno, Ulisse se ne andò sulla spiaggia con un asciugamano sotto il braccio, lo distese sull’arena, si spogliò di tutti i vestiti, li piegò sull’asciugamano come si fa d’estate e rimase in costume a guardare il mare. Certo il fisico non era più quello di una volta e mancava un po’ di esercizio ma era sicuro che alla prova dei fatti il suo corpo avrebbe ricordato da solo quello che doveva fare.
L’acqua era un po’ freddina, come sempre all’inizio della primavera, quando il mare è come un corpo a cui il gelo dell’inverno è entrato nelle ossa. Immerse i piedi, si curvò per bagnarsi le mani, si strofinò le braccia e la pancia, tirò un bel respiro e con coraggio si tuffò.
Aveva avuto ragione a sperare che il suo corpo non avesse dimenticato. Bracciata dopo bracciata Ulisse prese il suo ritmo e si allontanò verso il largo con la spiaggia che si faceva sempre più distante alle sue spalle.
Il primo incontro lo fece a poca distanza dalla costa. Era una nave cinese stracarica di container impilati uno sull’altro che sembrava un grattacielo galleggiante. Era difficile credere che potesse restare in equilibrio sull’acqua, tanta era l’altezza della parte emersa. Faceva terrore solo a guardarla. Passò vicino a lui come un colosso disabitato che pareva muoversi senza il controllo umano. A bordo non si vedeva anima viva. Pur essendo caldo per la lunga nuotata, il suo corpo fu attraversato da un lungo brivido e ancora per ore quell’impressione gli restò dentro mentre nuotava veloce per allontanarsi più in fretta che poteva da quell’apparizione.
Il secondo incontro fu una immensa chiazza di petrolio di cui non si vedeva la fine. L’odore lo stordì, i pesci morti con i bianchi ventri a galla che si putrefacevano al sole lo avvisarono di quello che sarebbe stato il suo destino se fosse entrato in quel lago oleoso. Fece un lungo giro per tenersi alla larga da quel pericolo nuotandovi a fianco. Ogni volta che il suo sguardo emergeva dall’acqua per respirare vedeva i grandi uccelli con le piume annerite dibattersi nell’agonia e i loro fratelli che li sorvolavano in cerchio emettendo grida disperate.
Arrivò l’ora più calda della giornata quando il sole è a picco e le distanze sembrano scomparire. Il mare in quei momenti diventa come un deserto e i pensieri si confondono. Perché era partito? Non lo ricordava più. Certamente era stato uno sbaglio, una mattana, un momento di pazzia. Non c’era nulla che non andasse nella sua vita di prima, anzi, a riguardarla gli sembrava perfetta. Quella mania di cambiare era solo il segno della sua debolezza e della sua incostanza e quei sogni sul futuro, quella smania di sovvertire il proprio destino, erano difetti non virtù. Come invidiava i suoi amici che conducevano una vita ordinata e semplice, scandita dalle proprie rassicuranti abitudini!
Insieme ai dubbi arrivò la paura. Sarebbe morto, se lo sentiva. Affogato in mezzo al nulla e senza una ragione. Avrebbero trovato i suoi vestiti e avrebbero pensato al suicidio di un disperato, non certo all’impresa di un imbecille insoddisfatto.
Poi l’ora calda passò e il sole cominciò lentamente la sua discesa. I pensieri dentro di lui cambiarono quasi per magia. Come aveva potuto dimenticarsi così facilmente di chi era? Solo in questo cercare senza sosta stava il senso della sua vita e solo così lui avrebbe potuto sentirsi felice o perlomeno non troppo infelice. Fu come rinascere quel ritrovarsi. Le forze gli tornarono e continuò spedito il suo viaggio pieno di ottimismo fino a quando la luce non cominciò a calare. Fu allora, quando la solitudine e la nostalgia cominciarono di nuovo a rosicchiargli il cuore, che giunsero a soccorrerlo i delfini. Gli nuotarono accanto per ore, facendolo ridere con i loro spruzzi e i loro salti e quando lo videro stanco gli prestarono la propria coda per aggrapparsi e riposare. Insieme a loro passò la notte ascoltandoli raccontare storie. Erano storie splendide di quando il mare era intatto e terribile e che lo si percorresse per fame, per guerra o per avventura, sempre lo si rispettava come si fa con gli dei. Li ascoltò piangere sottovoce i molti di loro presi dalla morte dei piccoli sacchi bianchi che sembrano cibo e una volta ingeriti uccidono tra atroci tormenti, e la scomparsa di tutti gli amici che erano rimasti prigionieri delle grandi reti. All’alba i delfini andarono via improvvisamente nuotando verso chissà dove con le loro schiene lucide che si allontanavano nell’acqua stinta dai colori dell’aurora.
Nella luce del giorno che nasceva Ulisse vide disegnarsi alla sua destra, in lontananza, l’alta costa dell’isola dei Sardi. Stava pensando di dirigersi a riva per trovare qualche cosa da mangiare, quando notò una motovedetta che sembrava puntare proprio verso di lui. Lo issarono a bordo senza tanti complimenti. Parlando tra di loro usarono più volte la parola clandestino. Per disdetta quando Ulisse tentò di spiegare chi era, lo fece senza volere in delfinese, tanta era l’impressione che gli aveva lasciato la notte trascorsa con i suoi salvatori. L’idioma incomprensibile convinse definitivamente gli uomini in divisa. Fu portato a riva e trasportato in un campo di accoglienza insieme ad altri prigionieri.
Dieci lunghi mesi trascorse Ulisse presso l’isola dei Sardi e lì scordò le ragioni per cui era partito e quasi dimenticò sé stesso. In compenso conobbe molte persone in quel luogo, alcuni di nobile cuore ed altri meno, ma tutti furono per lui compagni e così li considerò sempre durante tutto quel tempo sventurato. Poi arrivò la sera della grande fuga. Era stato suo lo stratagemma grazie a cui erano riusciti a ingannare il guardiano del campo e per questo tutti i suoi compagni, al momento di separarsi, lo ringraziarono e lodarono la sua astuzia e il suo coraggio.
Purtroppo ora che era finalmente libero Ulisse si sentiva smarrito e non sapeva dove andare. Per fortuna quando fu di nuovo di fronte al mare ricordò ogni cosa. Senza esitazione si gettò in acqua e ricominciò a nuotare verso la sua nuova vita di cui non sapeva nulla e che non aveva mai voluto immaginare.
Quando si trovò in mare aperto con l’orizzonte circolare a perdita d’occhio in ogni direzione, troppo distante per tornare indietro e troppo scoraggiato per andare avanti, appena un attimo prima di lasciarsi andare ancora una volta allo sconforto, gli si parò di fronte una grande nave illuminata carica di persone sorridenti e di donne bellissime di ogni età. Lo fecero salire a bordo e lo invitarono a condividere il loro tempo di giochi, svago e divertimenti. Quella specie di naufrago era una novità e tutte se lo contendevano. “Ma dove stai nuotando mai? – gli dicevano – E a quale scopo? Cosa c’è di più desiderabile che essere qui, in questo luogo separato dal mondo, in compagnia di bella gente che vuol solo divertirsi!” “Qui c’è il casinò, con ogni sorta di slot machine e di giochi” diceva una bionda accarezzandogli il viso. “E la sala da ballo con le musiche più moderne” gli sussurrava nell’orecchio una bruna. “Abbiamo internet gratuito, il cinema, cinque ristoranti e la piscina, la Spa, l’estetista, le massaggiatrici, il parrucchiere, la palestra e il duty free” gli elencava una rossa con voce sensuale. “I prezzi sono modici e puoi pagare in un secondo momento anche rateizzando l’importo. E’ sufficiente che tu fornisca il numero della tua carta e alla tua felicità penseremo noi” cantava come fosse un jingle una stangona dall’accento brasiliano.
“Perché no? – pensava Ulisse – Forse è questo che stavo cercando”. E si lasciò andare come stregato.
Trascorse una serata di follie passando da un abbraccio a un altro, ubriaco di vino, di profumi, di cibo e di baci.
Ma il nuovo trastullo delle donne della nave non andò giù ai signori croceristi che si erano visti soffiare ogni attenzione dal nuovo arrivato. In piena notte fecero irruzione nella cabina dove Ulisse dormiva abbracciato a due belle passeggere, lo afferrarono in tre o quattro e per liberarsene lo gettarono nel mare da cui era arrivato. Il contatto con l’acqua fu come lo svegliasse da un sogno.
Quasi automaticamente riprese a nuotare e si sentì di nuovo libero.
In poche ore avvistò le luci della costa africana dove mise piede alle prime luci del mattino. Camminando sulla spiaggia deserta, in preda a un senso di stupore e meraviglia, notò un fagotto abbandonato sulla rena. Si avvicinò e vide si trattava dei vestiti piegati e lasciati lì da qualcuno. Intorno non si vedeva anima viva e non c’erano persone che stessero facendo il bagno. Era la stessa ora mattutina in cui era partito tanto tempo prima, nella sua vita precedente.
Ulisse indossò i vestiti e scoprì che gli andavano alla perfezione. Mise le mani in tasca e si diresse verso il porto per cercare una nave che lo riportasse a casa e alla nuova vita che lo aspettava.

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