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Gentile professore,
ho deciso di scrivere a lei perché a qualcuno dovevo pur scrivere. E’ così che prevede il copione in questi casi.
In realtà nutro il forte sospetto che lei non sia meglio degli altri ma, insegnando lettere, qualcosa di tutto quello che finge d’aver letto e forse un tempo chi lo sa, avrà anche letto davvero, le dovrà pure essere restato in testa. Rispolveri dunque il cuore che sapeva sentire, se mai ne ha avuto uno, e perda due minuti con me.
Vede professore, il problema per cui butto giù queste poche righe in questo pomeriggio malato è che il mondo a cui fingete di prepararci con la svogliatezza di chi non crede più a nulla e in nulla spera, con la spocchia di chi pensa di addestrarci nientemeno che alla vita, è un posto invivibile. Né più né meno. Una merda, se mi passa la parola. E cercare di renderci adeguati a questa merda significa essere intenzionati a tramutare in merde anche noi.
Mi perdoni la crudezza con cui mi esprimo. So per certo che il turpiloquio è un vezzo che quelli della vostra generazione si concedono volentieri e spesso. Evidentemente continua a darvi la piacevole illusione di sentirvi un po’ ribelli. È il vostro distintivo di non conformità a basso costo. Spero che lei, che ogni tanto indossa la kefia e si lascia la barbetta sfatta, non si formalizzerà per due parolacce.
Lì fuori c’è una guerra, questo ci dovreste raccontare se ci diceste la verità su quello che ci aspetta, e la maggior parte di noi è già tra le file dei perdenti.
Lì fuori c’è una lotta tra infelici. Un sopruso quotidiano in cui i pochi infelici che hanno troppo ingannano e depredano i molti infelici che hanno poco e per farlo usano un sistema che inghiotte ogni cosa: vite, libertà, acqua, risorse, diritti, salute, alberi e felicità. Noi siamo il materiale umano che dovrà dare il sangue per questa guerra, siamo le reclute che dovranno essere spedite al fronte.
Lei replicherà che le cose sono sempre andate così. No. Non in maniera così sistematica, globale, senza scampo.
Che ci sono stati lunghissimi pezzi di storia del mondo in cui si moriva letteralmente di fame, di guerra, di pestilenza e che oggi almeno non è più così. No. Si muore ancora di fame, di guerra, di nuove pestilenze, solo che si nasconde questa oscenità sotto il tappeto, mentre ai fortunati a cui viene concessa la possibilità di non morire di fame viene chiesta in cambio ogni cosa.
Noi qui nell’allevamento dobbiamo già esser pronti.
Addestrarci, prepararci a sacrificare ogni cosa in cambio della nostra grande opportunità. Tutta la nostra persona, tutto il nostro cervello, tutto il nostro tempo, tutti i nostri sogni.
Forza! Al lavoro! Saltare! Hop! Hop! Ci sono da acquisire competenze, capacità, dinamismo, sapere le lingue, essere disposti a partire, saper usare il computer, saper chiavare con il capo, avere i contatti, portarsi il lavoro a casa, prevedere, anticipare, saperne una più del diavolo, avere sempre qualcosa in piú degli altri aspiranti schiavi, camminare con il nostro curriculum in formato europeo stampigliato sul culo.
E ancora grazie.
A questo ci state addestrando.
Io avevo un fratello, dico avevo perché quello che torna a casa adesso non è più lui, che era come avrei voluto essere io da grande. Faceva ridere, suonava il sax, leggeva John Fante e recitava Dante a memoria che a sentirlo ti scendevano le lacrime senza che tu te ne accorgessi nemmeno. Aveva il viso e le braccia e il cuore per essere bello come un giovane uomo. Ora passa da un contratto a progetto ad un altro. Vive nell’angoscia di rimanere fuori dai giochi, di perdere il lavoro e dice sempre sì. Non ha piú un minuto per sè, per me, per suonare. Non ride piú, non recita piú e, ció che è peggio, si è spento dentro. Ingrasserà, avrà la pressione alta, si sposerà, avrà figli che non capirà, perderà i capelli e bestemmierà contro il governo. Sarà uno zombie come voi, uno zerbino.
Ecco. Il vostro processo educativo è giunto felicemente al suo compimento. Adesso avete uno schiavo in piú e il mondo ha un uomo in meno. Che volete che vi importi di avere ucciso mio fratello?
“Non siamo noi ad aver fatto il mondo cosí, siamo anche noi vittime” starà di sicuro pensando.
Ognuno è responsabile dello stato in cui lascia il mondo a chi lo segue. Non lo sapeva professore? Avete salvaguardato il vostro orticello, avete cercato di preservare i vostri piccoli miserabili culi girando la faccia dall’altra parte, avete pensato di salvarvi da soli, per viltà, per pigrizia, vi siete rintanati nel vostro privato, come se fosse l’unica cosa importante e ora aspettate la pensioncina per chiamarvi ancora una volta fuori. Fingete di rammaricarvi della realtà che ci lasciate e invece ve ne fottete.
Non vi azzardate a dire che ora sta a noi cambiare il mondo. Avete lasciato che la macchina diventasse pressochè invincibile trascurando di opporvi quando ancora si poteva fare qualcosa e ora non avete nessun diritto di indicare strade. Voi la voce ve la siete tolta da soli.
Ma ora basta, professore, che mi sento sfinito in questa fine di pomeriggio malato. Sfinito come un animale prigioniero.
Io non voglio diventare uno zombie.
Tutte le cose che amo saranno un inutile peso nel mondo che mi aspetta.
Io sono e voglio essere inadatto a questo futuro.
Invece del vostro “Hop!Hop!” io guardo il mio balcone e penso che c’è un altro “Hop!” che potrei fare per lasciarvi tutti con un palmo di naso. Perché io, il vostro processo educativo, non lo voglio completare. Preferisco morire da vivo.

Un saluto da Enrico (quello del terzo banco che prende sempre dieci di Italiano).

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