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Stretto è il cunicolo in cui si spreme il petto ogni volta che mi si stringe il cuore.
Stretta l’uscita dal mio letto verso un giorno stretto, il pensiero del tempo costretto. Le palpebre che si serrano alla luce di mattino che monta come un canto, come lo stridore dei freni annuncia l’incidente, le orecchie che sbarrano il cammino ai led di sveglia, le tempie attanagliate, il percorso del pensiero che sbatte alle pareti di un giorno prigioniero.
E’ largo il tuo respiro che dorme, larghe le mie pupille nel guardarti nuda, i tuoi glutei che sono meraviglie che mi si allarga il cuore e le tue mani sul cuscino larghe dalle dita aperte orfane di me, dei miei capelli, dei miei sensi gualciti che non sanno farsi svegli.
E’ stretta l’aria chiusa della macchina gelata e lo è il suo rumore mentre s’allarga la luce e mi si allarga il cielo e penso storie spiegate e larghe come vele aperte e bianche, schioccanti e zuppe di bucato steso.
Stretto è il rancore, stretta l’ira, il livore, la rabbia, la paura, larga la felicità che non ha ragione e fa scordare. Che siamo oscuri come pozzi e fondi come il mare.
Io sono stretto quando chino il capo e scordo, e sono largo quando ti ricordo.
Il tuo fiato che mi è mancato e ancora poco muoio, la gola stretta come il sentiero di una goccia di saliva, crepa che rompe il ghiaccio sotto il tacco, la gioia larga e calma di saperti viva.
E rinasco a respirarlo adesso questo tuo respirare piano, chino su di te, a berlo a morsi, lo inghiotto a perdifiato, lo inalo a fondo con le mani a conca, largo come un canto, come la pasta stesa sul tagliere, come le braccia di un cristo a una parete, come fossi un lago tu, che non basta alla mia sete.

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