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Walter percorre il corridoio in pigiama trascinandosi dietro le ciabatte e i suoi sessant’anni più uno. All’altezza della stanza di Dario di colpo scarta di lato e si lancia contro la porta con la spalla sinistra. Sono le sette e dodici del mattino. La serratura cede e le schegge di legno rimbalzano sul pavimento impolverato.
Anche quella mattina la porta era chiusa a chiave ma lui stava a perder tempo di fuori, a bussare e a gridare. Dario che fai lì chiuso, bisogna andare che perdiamo l’autobus. Dario cazzo, sono le sette e un quarto, ho il compito in classe.
Walter cade sulle ginocchia in mezzo alla stanza ma si alza veloce e con due salti è al davanzale a chiudere le braccia per stringere l’aria. Quella mattina, quando papà aveva sfondato la porta, Dario era già sul marciapiede. Stamattina l’avrebbe preso, invece. Eccome se l’avrebbe preso.
Fa male la spalla, sempre la stessa ogni mattina, non si riesce a farci il callo. Da anni la pelle è diventata nera fino al gomito che fa impressione a guardarla. La serratura la rimetterà insieme dopo, magari oggi pomeriggio. Questa è robusta e un po’ di giorni dovrebbe ancora andare avanti.
A Walter piacerebbe alzarsi prima la mattina, magari per leggere un po’ o anche solo per pensare, sarebbe il suo momento migliore, la mattina, ma proprio non ce la fa.
Alle tre e mezza ogni notte da cinque anni, deve accendere di colpo la luce, correre fino al frigo e prendere il glucagone, tornare in stanza, preparare l’iniezione in un pugno di secondi e poi infilzare il cuscino di Anna con l’ago. E’ diventato così veloce che adesso non sarebbe più possibile quello che è successo quella notte in cui l’ambulanza l’ha portata via per sempre senza nemmeno poterla salutare. Adesso quando spegne la luce e si ristende sul letto ci mette due ore a riprendere sonno. Le passa con Anna quelle due ore e non ci rinuncerebbe per nulla al mondo, anche se poi alzarsi alle sette è sempre più dura.
Walter entra in cucina massaggiandosi la spalla con la mano destra e senza guardare scavalca il materasso per terra. Sta per preparare il caffè quando si volta di scatto. La posizione del materasso non è perfetta. Torna sui suoi passi e l’aggiusta col piede. Così è proprio sotto il seggiolone di Lucia, nel punto esatto dove deve essere. Lei si sarebbe alzata in piedi non vista, quella sera, sarebbe caduta di lato con il cucchiaino giallo nella mano destra e avrebbe picchiato la testa sul materasso, se ci fosse stato il materasso. Magari sarebbe rimasta lì sdraiata seria seria per qualche secondo e poi avrebbe iniziato a ridere. Non avrebbe fatto quel suono indimenticabile di coccio rotto sul pavimento. Non avrebbero passato quasi due mesi avanti e indietro dall’ospedale, lui ed Anna, e lei non avrebbe pianto ogni notte, piano piano per non svegliarlo che il giorno dopo doveva lavorare. E pensare che a Lucia non era rimasto nemmeno il segno, di quella testata.
Tutte le mattine da quando è in pensione, Walter esce alle otto e trenta per andare a portare due fiori freschi ad Anna. In questo quartiere ci vive da quando è nato, qui tutti lo conoscono. Prende la macchina dal garage condominiale e imbocca la strada. Tutti lo sanno già quello che succederà all’altezza del giornalaio poco prima dell’incrocio. Walter inchioderà la macchina e lo stridore di freni si sentirà fino agli ultimi piani. Se papà avesse inchiodato la millecento così, non l’avrebbero investito quel cane magro sbucato di colpo da chissà dove. Lui e Dario sul sedile di dietro con i pantaloni corti non sarebbero stati costretti a tenere gli occhi chiusi e a tapparsi le orecchie per non sentire i guaiti. Li sogna ancora adesso quei guaiti, ogni tanto.
Mentre riparte con la macchina dopo la frenata Walter pensa che domani è il 15 febbraio. E’ un giorno importante il 15 febbraio. Al pensiero si sente quasi euforico. Il 15 febbraio tutti gli anni si rimedia ad una cosa importante. Quest’anno il 15 febbraio capita di sabato ma nel 1961 era mercoledì. Come ogni 15 febbraio domani Walter non uscirà alla solita ora. Come tutti gli anni da cinquantatré anni alle otto e venti in punto si affaccerà alla finestra e guarderà il sole.
Col cavolo che ora potrebbe succedere di nuovo che quel momento importante non lo trovi lì al davanzale. E la maestra e tutti i compagni a prenderlo in giro perché s’è dimenticato di guardare ed è rimasto a fare la zuppa di pane col latte.
Domani alle otto e ventidue, invece, chiuderà piano le palpebre un poco alla volta, come piccole tende. Farà calare piano una benda nera da pirata sull’occhio freddo del sole di febbraio fino a farlo scomparire e poi piano la solleverà daccapo fino a poterlo contemplare di nuovo tutto intero, alle otto e trentacinque spaccate. Non se la sarebbe persa di nuovo la grande eclissi solare del 1961. L’ultima eclissi solare totale visibile dall’Italia del ventesimo secolo. Sono appuntamenti imperdibili, quelli. E’ una fortuna esserci e poi ricordarli per tutta la vita.

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