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Tutti i giorni feriali alle sei in punto, alle nove nei giorni festivi, un rinforzo di corrente prodotta dal reattore nucleare di Tricastin, Francia, viene immesso nella rete elettrica della valle, dissanguata dalla bulimia energetica dei turisti. Di solito un piccolo sbalzo, un lieve impercettibile singulto nel funzionamento degli apparecchi, segnala l’inizio della trasfusione. Quella domenica grigia di febbraio invece, quando l’infusione di fluido atomico colpì il vecchio motore della cabinovia, al posto del solito singhiozzo si sentì come uno schiocco e tutto l’impianto si fermò. La lunga fila di abitacoli rossi che risalivano la montagna si bloccò, stagliata contro il grigio di un cielo che non aveva niente da dire se non minacciare di diventare ancora più grigio.
“E ti pareva!” sbuffò l’uomo abbronzato “Una giornata di merda che inizia ancor peggio”.
Il ragazzo non fece nulla per nascondere il suo sguardo di disprezzo.
“Non mi fraintendere. Quando dico di merda mi riferisco al tempo, naturalmente. Sono molto felice di essere qui con te”.
Il ragazzo appoggiò la testa al vetro e chiuse gli occhi.
“Speriamo non sia una cosa lunga” esclamò l’uomo alzandosi in piedi per guardare meglio di sotto. La cabina oscillò.
“Potresti non muoverti troppo?” disse il ragazzo con una nota di esasperazione nella voce.
“Ma che, hai paura? Che vuoi che succeda? Certo che sono già sfigato. Potevo rimanere qua bloccato con una bella figa e invece mi ritrovo con te”.
Il ragazzo sospirò continuando a tenere gli occhi chiusi.
“Dai! Sto scherzando! Le fighe potevano anche essere due, una a testa”.
“Piantala, per piacere”.
“Non mi sopporti proprio, è vero?”.
Il ragazzo non rispose.
“Potresti almeno fare finta di essere contento di essere qui con me. Per una volta che riesco ad organizzare una giornata insieme”.
Il ragazzo continuò a tacere senza aprire gli occhi.
“Non ti sono mai andato molto a genio è vero? Eppure da piccolo mi adoravi. Ti ricordi quando mi aspettavi sveglio alla sera che ti si chiudevano gli occhi dal sonno e tu resistevi e resistevi solo per salutarmi? Non ti facevo schifo allora.”
“Piantala Pà, per piacere”.
“Piantala, piantala, sai solo dire questo. E invece con tua madre ciù ciù ciù, tutto il tempo a parlare, a dire chissà che, di quei libri che tieni sempre in mano, scommetto. Sono sicuro che ne hai uno nello zaino anche qui. Così quando ci fermiamo lo puoi aprire invece di parlare”.
Il ragazzo non mosse un muscolo. Il vapore del fiato gli usciva dalle labbra ad intervalli lenti, quasi come dormisse.
“E invece a tutto il resto del mondo io piaccio molto sai? Mi trovano simpatico, spiritoso, attraente. Ho un bel lavoro, mi mantengo in forma. Solo a te non piaccio. Chissà mai che t’avrò fatto. Ad un certo punto hai cominciato a guardarmi così, con quello sguardo che hai adesso. E non c’è stato più verso“.
La cabina tremò e fece un breve balzo in avanti. Il motore d’emergenza aveva appena tirato le cuoia.
“Potresti almeno rispondermi!”
“Ma che vuoi che ti dica? Sono sicuro che a quelle che frequenti, alle fiche, come le chiami tu, piaci moltissimo. Tutto sempre in tiro, macchina e capello giusto, il fascino dell’uomo maturo…”
“Perché ti faccio così schifo?”
“Mi fa schifo il tuo modo di essere maschio, il tuo dopobarba, il modo in cui guardi le donne, i tuoi peli sulle gambe, la tua aria sicura, il tuo avere sempre qualcosa da dire su ogni argomento anche quando non sai un cazzo, cioè quasi sempre. Il tuo guardare superficialmente il mondo solo per cercare conferma alle idee che già hai, Il tuo sguardo rivolto sempre a te stesso, il tuo piacerti, la tua vanità, il sorriso che ti viene quando sei di fronte ad una donna e l’arroganza che ti viene quando sei fronte ad un altro uomo a cui devi subito dimostrare chi ce l’ha più lungo, chi ha la macchina più grossa, chi ha più soldi”.
Gli altoparlanti appesi ai piloni invitarono i passeggeri a stare calmi perché si stava facendo tutto il possibile per risolvere il guasto al più presto.
Lo schiaffo fu attutito dal guanto e dallo spesso berretto di lana.
“Guarda che con tua madre era finita già da un pezzo”.
Al ragazzo tremò lievemente il mento. Gli occhi stavano nascosti sotto gli occhiali a specchio.
Nell’aria brillarono piccoli e radi fiocchi di neve.
Nella stazione principale i tecnici stavano lavorando in tre intorno al motore guasto e ogni tanto facevano telefonate per chiedere istruzioni.
“Io ero un insicuro, un perdente. Ce l’ho messa tutta per cambiare. E sai perché l’ho fatto? L’ho fatto perché eri arrivato tu, perché tu mi vedessi al mio meglio, per essere bello ai tuoi occhi, per non vedere mai quello sguardo di disprezzo con cui mi guardi adesso. Anzi lo vuoi sapere? Io non mi comporto così quando non ci sei. È come se esagerassi solo per piacerti e alla fine non ottengo altro che peggiorare tutto”.
Il ragazzo si applicò gli auricolari, ci calcò sopra il berretto e fece partire l’ipod. La cabina ebbe uno scatto e riprese a scivolare verso l’alto con un ronzio. La neve cominciò a fioccare come dio la mandava. I tecnici si sedettero e si versarono un bicchiere di vino rosso.
Da qualche parte nella nebbia gli altoparlanti presero a canticchiare una pubblicità.

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