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“Gigi, credimi sono preoccupato per te. Questa specie di nuova mania, di strana attività che occupa tutto il tuo tempo, per cui stai sveglio di notte, che ti agita costantemente, mi preoccupa, te lo devo dire. Anzi ci preoccupa, perché tutti i tuoi amici condividono con me questa preoccupazione”

“Guarda, ti faccio leggere una cosa. Vuoi? E’ una cosa brevissima, stai tranquillo. Queste parole le ha scritte in una delle sue ultime lettere, una donna innamorata che si è poi tolta la vita. Leggi. “

«Camillo caro, Camillo bello te veuggio tanto ben, ma quando te ou pourrò dì. Son tanta fiacca a me existensa a le così precaria che non ho coragio de pensà à l’avvegnì. Però, quello che posso assegurà, le che ou me coeu ou sarà sempre to, viva o morta son a to e tanto che questa machinetta a m’apparten a sarà a to. Vorreivo ese bella per piaxeite, vorreivo ese forte e ben stante e libera e avei molti dinai per seguite de lungo apreuvo. Questi son seunni: beseugna che m’adatte ae triste circostanze ne’ quali me treuvo, e che seggie ben contenta che ti te ricordi de mi. Te daggo tanti baxi. Tutta to Nina. »

“E poi vedi? Continua passando, quasi senza pensarci, come parlasse tra sé e sé, dal genovese all’italiano.”

«Io non so nulla tranne d’amarti tanto. Tu sei tutto per me. Sei un essere soprannaturale. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini…. Voglio la tua felicità prima della mia… Camillo, sono tua per sempre»

“Ma, questo Camillo sarebbe..?”
“Si è quello a cui stai pensando, il conte di Cavour. Ma questo non conta nulla. Lei si chiamava Anna, Anna Schiaffino detta Nina. E’ morta il 30 Aprile del 1841 dopo essersi gettata dalla finestra, consumata da un amore assoluto e impossibile. Nessuno capiva il suo dolore. I suoi familiari la disprezzavano, spargevano la voce che fosse pazza, non hanno nemmeno accettato che fosse sepolta nella tomba di famiglia.”
“D’accordo, tutto questo è molto commovente ma…”
“No. Basta. Non continuare. Non ne posso più di “è commovente ma”, “è triste ma”, “sono cose brutte ma”. Non c’è ma. Non si può sempre voltarsi dall’altra parte.”
“Ma Gigi! Questa cosa è successa quasi duecento anni fa! Lo vedi che sei un po’ fuori di testa?”
“Vedo che anche tu hai la colonna cervicale ben oliata e allenata! Abbiamo qui un altro praticante del popolarissimo sport del “voltarsi dall’altra parte”! A parte il fatto che siete bravissimi a non vedere cose anche molto più recenti se non addirittura sotto i vostri occhi, io non credo che la distanza nel tempo possa annullare il dolore che una creatura umana ha provato”.
“Madonna Gigi! Ma in che modo puoi porre rimedio a questo! Che cosa ti sei inventato? Cosa scrivi tutto il giorno?”
“Scrivo lettere.”
“Lettere?”
“Sì lettere. Come il suicida spesso lascia un ultimo saluto, una traccia, una spiegazione, un ultimo disperato segno del suo essere vivo per l’ultima volta, così io scrivo a lui. Da qua, dal mondo dei vivi.”
“Tu scrivi lettere ai suicidi? E che cosa ne fai?”
“Vado a leggerle sulla loro tomba.”
“Ecco, adesso sono ancora più preoccupato di prima.”
“Ma come fai a non capire? Io devo assolutamente dare risposta a quelle ultime invocazioni che risposta non hanno avuto. Devo ristabilire l’equilibrio della pietà, chiudere il cerchio dell’ascolto, non lasciare che il richiamo di un essere umano cada nel nulla”.
“Gigi…”
“Piantala di fare quell’aria di commiserazione. Lo so che ti stai domandando a che diavolo serve tutto questo. Serve. Non cambia la sorte dei miei destinatari ma non consente che sia vero che questa loro sorte si è consumata nel silenzio. Per il momento ho già ascoltato e risposto a moltissimi. Cleopatra, Hemingway, Seneca, Marylin Monroe, Primo Levi, Luigi Tenco, David Foster Wallace, Paul Celan, Kurt Cobain, Sergej Esenin, Jack London, Vladimir Majakowskij, Mario Monicelli, Cesare Pavese, Emilio Salgari, Virginia Woolf e molti, molti altri, solo per citare i più famosi. Ma naturalmente non esistono solo i personaggi famosi, anzi, forse loro sono quelli che hanno meno bisogno delle mie parole. Così spulcio giornali, cronache, mi informo sui fatti e scrivo a tutti quelli che trovo. Lo faccio in maniera circostanziata, personalizzata. Poi vado, leggo e rimetto le cose a posto.”
“Rimetti le cose a posto? Ma non ti è mai venuto in mente che molte di queste persone hanno fatto quello che hanno fatto per libera scelta? Che non hanno bisogno di essere consolate? Che non cambierebbero mai idea, neanche se potessero ascoltarti davvero?”
“Ma io non ci penso neanche a consolarle! Mai e poi mai mi sognerei di mettere in discussione il loro gesto! Ho troppo rispetto per il dolore e per la felicità umana. Io le saluto. Le ascolto, le abbraccio, ci sono. Tutto qui. Continui a non capire?”
“No. No, d’accordo. Ora ho capito. E’ una maledetta follia ma ho capito. Non so se sarò capace di spiegarla a tutti quelli che stanno pensando che tu abbia bisogno di uno psichiatra, ma ho capito.”
“Bene ne sono contento. E allora, visto che ci intendiamo, che ne diresti di darmi una mano? Potrei passarti un po’ di lavoro. Ho qualche centinaio di migliaia di casi ancora da sistemare. Te la sentiresti di imparare ad ascoltare un po’ e di scrivere con la tua vera voce? Ti farebbe bene sai?”.

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