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Lo squillo del campanello immobilizza la donna per qualche secondo.
Anche passando in rassegna le eventualità più improbabili Teresa non riesce a immaginare chi mai potrebbe essere, a quest’ora. Non trovando convincenti spiegazioni decide che deve trattarsi di qualche venditore che va assolutamente ignorato per poter tornare al più presto all’attività precedente consistente nella visione di un vecchio telefilm alternata al compulsivo messaggiare con Marta, amica del cuore attualmente in corso di travagliata e dolorosa separazione coniugale.
Il ripetersi dello squillo ostacola il proposito e costringe Teresa ad alzarsi dal divano di malavoglia e ad appostarsi dietro la porta.
“Si?” urla Teresa con voce svogliata mentre continua a guardare lo schermo del telefono.
“La signora Teresa Carbone?”
Voce maschile né giovane né anziana.
“Mi dispiace non è in casa”.
“Quando posso trovarla? Avrei bisogno di parlarle. Si tratta di una storia un po’ complicata”.
Teresa letteralmente adora le storie un po’ complicate.
“Sono la badante della madre, può accennare a me”.
“Così? Attraverso la porta?”
“Non pretenderà che la faccia entrare? Se vuole dirmi qualcosa riferirò”.
“D’accordo. Dunque. Mi fa un po’ strano parlare in piedi sul pianerottolo, ma ci provo. Circa un mese fa mi trovo a casa di Alessandro. Alessandro è mio amico fin dai tempi del liceo. Ci sono anche Federica, Ivana e tutte le altre più qualcuna che non ho mai visto. In particolare una, molto graziosa, attira la mia attenzione”.
“Bionda o bruna?” interrompe Teresa attraverso la porta.
“Castana, direi. Comunque iniziamo a parlare e lei mi racconta della sua attività che consiste nel ricostruire l’albero genealogico delle persone che si rivolgono alla sua piccola società. Lei effettua ricerche, esamina i registri anagrafici e alla fine i clienti sono soddisfatti e la pagano bene. Quella sera tornando a casa penso che sarebbe bello risalire indietro alle origini della mia famiglia e così, siccome un pensiero tira l’altro, mi domando io da dove comincerei, se volessi fare una cosa così. Mi dico che la nascita dei miei genitori deve essere registrata presso l’anagrafe del paesino dei miei nonni e allora cerco di ricordare da quanto tempo non vado lì. Avrò avuto tredici anni a dir tanto, mi dico. Così cerco di ricordare l’estate dei miei tredici anni, millenovecentottantasei.
“Quarantun’anni. Li porta bene!” dice Teresa in punta di piedi guardando nello spioncino.
“Grazie. In ogni caso non ce la faccio proprio a ricordare per bene gli eventi di quell’estate per cui telefono al mio amico Luca che è un po’ la memoria storica tra gli amici dell’epoca e lui si rivela una miniera di informazioni e mi ricorda che quello è stato l’ultimo anno passato dalla mia famiglia nella casa di via Mazzini e che poi quell’estate avevamo traslocato. Allora mi prende la voglia di ritornare a vedere la mia vecchia casa e un pomeriggio prendo la macchina e ci torno accompagnato dalla mia ex moglie con cui siamo rimasti in buoni rapporti e che in quel momento è con me perché mi sono offerto di accompagnarla a ritirare la macchina dal meccanico.”
“Quanti anni ha?” si inserisce Teresa da dietro la porta.
“Chi? Il meccanico?”
“Ma no! La sua ex moglie!”
“Due meno di me. Comunque ripercorrendo quella strada e guardando i negozi, i marciapiedi, le finestre dell’appartamento dove avevamo vissuto tanti anni, mi tornano alla mente un mare di particolari e mi rendo conto che quell’estate era stata proprio come un passaggio nella mia vita, un punto di svolta. Avevamo svuotato la casa ed eravamo andati a trovare i nonni al paesino per una settimana. Al rientro eravamo andati a stare direttamente nella casa nuova e io in via Mazzini non c’ero tornato più”.
La porta si socchiude per quel tanto che lo consente la catenella di sicurezza e dalla fessura spunta una mano che regge un bicchiere d’acqua fresca.
“Grazie. Non doveva.”
“Non c’è di che. A furia di parlare magari vien sete.”
“Molto gentile, davvero. Le dicevo: è una grande emozione rivedere quei luoghi. Mentre lascio Cristina dal meccanico mi viene in mente che l’estate del millenovecentottantasei era stata anche l’estate del mio primo amore. Era durato meno di un mese perché lei era dovuta partire per iniziare la scuola in un’altra città ma ripensandoci mi accorgo di non aver mai davvero dimenticato quei giorni. Improvvisamente sento il bisogno di ricordare di più e così mi viene in mente Silvia che è sicuramente l’unica amica dell’epoca in grado di aiutarmi. Mi dò da fare per cercarla anche se io e lei non ci sentiamo da un pezzo e non ho idea di dove abiti e allora faccio come fanno tutti in questi casi e la cerco su Facebook. Così scopro che Silvia è diventata un’artista.”
“Com’è che fa di cognome?”
“Siderno”
“Non la conosco.”
“E’ una cantautrice dialettale. Comunque lei è uguale identica a come la ricordo e mi fa un sacco di feste e finisce che ci mettiamo a guardare le foto e ce ne sono certe che, mammamia, fanno venire i brividi e anche una di tutti noi insieme e c’è anche lei che sorride messa un po’ di lato e d’un tratto mi accorgo di ricordare tutto come se non fosse passato nemmeno un minuto. Comunque sarà la complicità, sarà che questi artisti sono liberi e disinibiti ma finisce che io e Silvia facciamo l’amore.”
“Di che segno è?”
“Chi? Io o Silvia?”
“Tutti e due.”
“Leone e Scorpione. Comunque scopro da lei che l’innamoratina di allora era andata a vivere a Livorno e poi a Roma e di colpo ricordo tutto. Ricordo quel foglio di quaderno Fabriano su cui la mia mano piccola scrive una sgangherata lettera d’amore. Ricordo la corsa in ciabatte fino al suo portone l’ultima sera, con la scusa di buttare la spazzatura, la fortuna di trovarlo aperto e quella busta lasciata cadere nella buca da cui era già stata staccata l’etichetta con la piccola scritta “Fam. Carbone”. Ricordo la macchina che parte, lei che sale tenendo in braccio il suo piccolo cane, io seduto sul muretto che la guardo salire senza voltarsi, il dolore come una ferita nei giorni seguenti. Una ferita su cui il tempo versa a lungo acqua salata.”
“Ma…”
“Si?”
“Niente, vada avanti.”
“La lettera evidentemente non produce alcun effetto e io non sento mai più Teresa. Dopo l’incontro con Silvia, passati quasi trent’anni, decido di cercarla di nuovo e senza troppa difficoltà la trovo qui a Roma. Finché ieri sera prendo il treno e ora eccomi qua”.
“Perché è venuto? Che cosa vorrebbe dire alla signora Teresa?”
“Nella lettera io le promettevo che sarei andato a trovarla, ovunque lei fosse finita. Le giuravo di essere più forte del tempo e della distanza. Ora vorrei dirle che io non ho mai scordato e oggi sono qua, come promesso. Vorrei dirle che io non scordo mai le promesse. Che il tempo non esiste e la distanza è nulla. Che un bambino di tredici anni non ha necessariamente torto e non necessariamente il mondo è come i cinici credono che sia.”
Trascorre un lungo silenzio al di qua e al di là della porta.
“Signora c’è ancora?”
“Sono qui”
“Temevo fosse andata via”
“Io non ho trovato nessuna lettera. Lo ricorderei se l’avessi trovata.”
Il silenzio che attraversa la porta questa volta dura più a lungo.
“Teresa? Sei tu?”
Le parole rimbalzano sul legno e lo attraversano, attutite.
Nessuna risposta giunge dall’altra parte.
“Riferirò alla signora Teresa quello che mi ha detto, non si preoccupi”.
Passa qualche minuto. Passi lenti si allontanano verso l’ascensore. Il motore elettrico si avvia con uno scatto metallico. La cabina risale piano a piano.
“Scusi!” chiama ancora la voce da sotto la porta.
“Mi dica” risponde la voce sulla soglia dell’ascensore con un lieve accento di speranza.
“Come era la signora Teresa nell’ottantasei?”
“Una bellezza” risponde la voce “Una vera rara bellezza”.
Poi la cabina si ferma al piano con uno scatto, rimbomba per il peso del passeggero e si cala nel buio con un ronzio d’insetto.

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