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Guerrino sapeva andare in bici da dio ma quel pomeriggio pedalava lungo la stradetta tra gli orti che sembrava un cane malato. Zigzagava, scartava, sbandava e sembrava a tutti gli effetti un babanetto che aveva bisogno ancora delle rotelle. Altro che avventurarsi da solo lontano da casa nell’ora più calda mentre tutti facevano il riposino del pomeriggio.
Perché diavolo stava portando la sua Olmo in quel modo Guerrino non lo sapeva manco lui. Aveva incontrato Barbara e Federica che camminavano lungo la strada e invece di esibirsi nelle solite acrobazie per stupirle gli era venuto da fare così. Quelle avevano scosso il capo di compatimento e lui ci aveva provato gusto. Come a rotolarsi nel fango. Come a dire “io faccio il deficiente quanto mi pare, qualcosa da obiettare?”. Poi, quando ormai le due bambine erano scomparse alla sua vista e non c’era stato più nessuno a guardarlo, non aveva saputo smettere.
Per andar forte andava forte, questo era sicuro. I frammenti di ghiaia più grossi scoppiettavano sotto le sue gomme un po’ sgonfie e schizzavano di lato contro le reti afflosciate delle recinzioni e schioccavano come proiettili sui muretti di cinta al suo passaggio. Sfiorava il ciglio d’erba, prendeva in pieno a bella posta i buchi più grossi rimbalzando sul sellino che c’era da farsi male alle palle, derapava le curve con la ruota di dietro che se ne voleva andare nei campi e lui a controsterzare come un insensato incosciente.
Alla fine, a furia di riuscire a restare in sella non si sa come, era arrivato alla casa di Gigìn.
Lì la costa finiva e cominciava il discesone.
“Ora mi fermo” pensava Guerrino. “Uso il freno a pedale e tiro una strisciata di venti metri che vedono la polvere fino nel Dilauèr.” Il Dilauèr era da qualche parte vicino al Gnu Giersi che era da qualche parte vicino a Nuova Iork. Ma invece di cominciare a frenare come avrebbe dovuto, non sapeva far altro che pedalare ancora più forte e intanto pensare “posso ancora fermarmi, se smetto adesso” e intanto darci dentro ancora di più che se ci fosse stato qualcuno a guardarlo avrebbe pensato che doveva correre chissà dove, come se suo padre, ad esempio, lo avesse minacciato di fargli la pelle se non arrivava a casa in tempo. Peccato che casa sua era dalla parte opposta e suo padre a quell’ora russava come un mantice e lui non aveva nessun posto dove andare né una ragione sola al mondo per far così, come stava facendo. Cioè pedalare come una foca ubriaca e correre il rischio di rompersi il collo quando poteva fermarsi e scegliere una bella canna per farsi una lancia oppure spiaccicare qualche verdone a pietrate sul muro di dietro della casa di Gigìn.
Intanto l’orlo dell’abisso si avvicinava, lui soffiava come una locomotiva e vedeva la strada di fronte a sé tramutarsi in cielo mentre guardava verso il basso i suoi piedi nelle mecap sformate che vorticavano spingendo i pedali e pensava che fermarsi non poteva più ma rallentare almeno quello sì, da non morire proprio del tutto e cavarsela magari con qualcuna di quelle sbucciature nelle gambe e nei gomiti che quando facevano la crosta era bello toccarla.
Pensava così e non faceva niente per fermarsi. Continuava dritto verso la rovina e anzi, accelerava ancora, come volesse morire. Anche se non era vero che voleva morire e non sapeva perché stava facendo quello che stava facendo.
E si sentiva bello e stupido, un cretino, un eroe, una farfalla, un capo sceienne.
E presagiva, senza sapere il perché, che sarebbe successo mille altre volte di avere le mani sui freni senza risolversi a stringerli. E ancora si domandava, mentre letteralmente volava oltre il dosso, come fosse poi andata di essere arrivato fino a quel punto.
E non riusciva a ricordarlo e pensava che se l’avessero visto in quel momento Barbara e Federica avrebbero urlato come aquile a vederlo ammarare sullo sterrato come una capsula spaziale.
E non avrebbero capito, né allora né mai, che c’è una ragione che non si può capire, dentro ogni cosa che non ha ragione.
E una bellezza nella balena che sceglie la spiaggia.
E una pazzia nello stare a guardarla.

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