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Dopo quattromiladuecento passi, circa un’ora di cammino, un luogo che era distante continua a restare distante.
Ma chi cammina sa bene che questo è un inganno.
Chi cammina ha ben chiaro che la meta si avvicina ogni passo di più e non fa fatica a sentire, a ogni passo, farsi più lontano di un passo il mondo che si lascia alle spalle.
Cambierò scarpe appena potrò. Queste mi fanno male ai piedi. Non me ne accorgevo stando sempre in casa ad imbolsire. Imbolsire sì. Marcire, ammuffire, spegnersi, andare a male. Puoi chiamarlo come ti pare, tanto alla fine è quello che stavo facendo. Trascorrevo la mia vecchiaia travestito da vecchio. Pensavo di riscuotere chissà quale credito. Chissà che interessi credevo d’aver mai maturato per poter pensare di finire il mio tempo da ospite di questa terra. Riprenderò a guadagnarmi di nuovo ogni sera e ci entrerò di buon passo, d’ora in poi, e vada come vada.
Parlavano come se neanche fossi in casa, tanto poco ero importante. Non si accorgeranno nemmeno della mia assenza, per la stessa ragione.
“Ha urlato ancora contro Christian, è inutile che lo difendi!”.
Era tutta infervorata mia nuora.
“Ma lo sai che gli vuol bene, l’ha cresciuto praticamente solo lui, fino all’anno scorso.”
Figlio mio, immagine della mansuetudine.
Facevo il portalettere, un tempo. Se mettessi in fila i passi che ho fatto nella mia vita ci farei il cammino che c’è tra questo mondo e quell’altro, dove adesso sta Nina. Figurati se mi fa paura ricominciare. Certo, vado un po’ piano e ogni tanto mi devo fermare, ma me la cavo ancora benone.
Ieri mi ha fermato la polizia. Non la smettevano più di domandare. E qual era il mio indirizzo e i documenti e dove stavo andando e se ero sicuro di star bene. Io ho detto che avevo deciso di fare un viaggio a piedi, non lo vedevano lo zaino? C’era qualcosa di vietato? Sono adulto e libero. I miei familiari li ho avvertiti con una lettera. Non si può? Devo rendere conto a qualcuno di dove vado e perché? Essere vecchio è un reato?
Alla fine non hanno potuto che lasciarmi andare ma non erano per niente convinti. Sono rimasti a guardarmi da dentro la macchina e io ho sfoggiato una camminata da bersagliere che deve averli lasciati con un palmo di naso, mentre mi allontanavo.
E comunque è vero che ci ho fatto il militare con questo zaino di tela verde, ma non nei bersaglieri. Ero negli alpini, nel settantesimo, classe 1935. Nella tasca di lato ci tenevo la foto di Nina dentro uno stivale di gomma così non si sgualciva né si bagnava se veniva a piovere. Qui nella tasca a sinistra ci mettevo la borraccia col vino, un coltello che ho ancora adesso, perfetto per il formaggio, e poi sempre un pezzo di pane.
E mentre mi lasciavo alle spalle la polizia mi ripetevo come una filastrocca le parole di mia nuora che non mi uscivano dalla mente. Passo passo, avanti indietro, uno due, ha, ecco, ha, ecco.
“Ah, ecco! L’ha cresciuto lui! Come a dire che io non ho fatto niente! Che sono una madre degenere!”
“Avevamo bisogno del tuo lavoro, ne abbiamo parlato tante volte.”
“Fatto sta che è cambiato. Lo vedi anche tu che non è più lo stesso! Non si può più andare avanti così, lo capisci anche tu. Dovresti, sai? Anche se è tuo padre.”
Ho camminato due ore ancora e quando sono stato sicuro che quelli non mi stavano seguendo mi sono fermato nel primo paese. Ero stanco di colpo. Stanco come quando ho portato tutti i mobili in casa nostra insieme a Faustino. Nina, te lo ricordi Faustino? E’ morto di un brutto male, te lo avevo mai detto? Sarà stato il sessantanove. Ma intanto quei mobili al terzo piano per quei gradini d’ardesia tutti diversi e ripidi come una scala a pioli di quelle che si usano per le piante di olive, è stata una cosa che me la ricordo ancora adesso. Di quelle che le fai giusto a ventidue anni. Ebbene, ero stanco così, ieri sera, non un briciolo di meno. Poi per fortuna un prete mi ha visto su quella panchina e mi ha chiesto se ero un pellegrino. Io gli ho detto di sì e lui mi ha fatto dormire in canonica.
E mentre stavo steso lì su quella branda, con quell’odore di muffa e di chiesa che è uguale in tutte le chiese, invece di pensare alle cose belle, come faccio da quando sono bambino, continuavo a sentire quelle parole.
“Cosa vorresti che facessi? Che lo rinchiudessi in una casa di riposo? E poi hai idea di quello che costa un posto di quelli?”
“C’è la sua pensione. Poi c’è il risparmio del suo mantenimento. E’ poco ma tutto fa. Se dimezziamo anche le ferie estive ci potremmo stare.”
Poi non so come mi sono addormentato e quando mi sono svegliato questa mattina ero come nuovo.
Non me ne importava più niente di quella storia e non ce l’avevo su con nessuno. Mi sono accorto di non essermi portato dietro nemmeno le medicine, per la fretta, ma questo non mi ha impedito di fare un offerta, accendere una candela e incamminarmi di buon’ora.
E sono di nuovo per strada, adesso, a sentire sempre più lontano il rumore del mondo che mi lascio alle spalle.
E penso che devo trovare un negozio di scarpe.
E penso che magari, tra qualche anno, potrei ripassare da qua e prendere Christian, che sarà nel frattempo cresciuto, e tenerlo con me, per qualche tempo, e fare un po’ di strada insieme di nuovo, come quando imparavamo a camminare.

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