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Elisa lesse per la prima volta i versi di Arrighi in piedi, immobile in mezzo alla folla di visitatori che si aggiravano tra gli scaffali della grande libreria del centro. Se ne stava lì, con il libro in mano e gli occhi catturati da quelle pagine mentre gli avventori avevano gli occhi catturati da lei che era bella quanto è bella una giovane donna sognante.
Senza accorgersi di nulla e senza smettere di leggere, Elisa si avviò alla cassa, pagò e uscì senza alzare un solo momento gli occhi dal libro.
“Chi è quella bellezza?” domandò un cliente al cassiere.
“Scordatela -rispose il tipo scuotendo il capo- non è roba per noi, quella bellezza è una scopalibri”.
Il giorno dopo Elisa tornò e comprò tutti i titoli dell’autore.
Per mesi non lesse altro e tenne sempre con sé un libro di Arrighi ovunque andasse. Si fermava di colpo, qualsiasi cosa stesse facendo, e beveva un sorso dei suoi versi come per ristorarsi e solo allora, confortata, turbata, consolata, ricominciava a fare quel che stava facendo.
Peccato solo che Arrighi avesse scritto poco. Troppo poco.
Elisa si informò e seppe che il poeta, ultrasessantenne, sofferente di depressione, non scriveva più una sola riga da oltre dieci anni. Si era ritirato a vivere in una casetta di campagna isolata nell’entroterra ligure ed era scomparso dalla scena letteraria.
Rintracciarlo non fu facile.
Stava mangiando un pezzo di pane e formaggio seduto sotto la pergola antistante la casa, Vittorio Arrighi, quando la macchina si fermò nel suo cortile. La giovane donna che ne scese era bellissima e il vecchio non seppe fingere di non notarlo.
Non servì a nulla fare il burbero e lo sgarbato con lei: di mandarla via non ci fu verso e alla fine dovette offrirle qualcosa da mangiare ed un bicchiere di bianchetta. Passarono il resto della giornata seduti nell’aia a parlare o tacere finché non si fece sera.
Elisa non ci mise molto ad accorgersi che Arrighi era un uomo insignificante. Esprimeva solo concetti scontati con parole prevedibili e non si scorgeva un guizzo in fondo ai suoi occhi nemmeno a volercelo vedere. Ma quel vecchio insulso aveva scritto alcuni tra i versi più intensi che lei avesse mai letto in vita sua ed era stato un grande poeta, un tempo. Tutto ciò in cui si era tramutato non sapeva farglielo dimenticare.
Arrivò la sera e con il calare dell’umido Elisa ebbe un brivido, si strofinò le lunghe braccia bianche e salutò Vittorio, promettendo che sarebbe tornata il giorno dopo a trovarlo.
Per una settimana, ogni mattina, la macchina di Elisa si arrampicò lungo la stradetta sterrata che conduceva alla casa di Arrighi finché lui, senza quasi accorgersene, non cominciò ad aspettarla, a cercare di captare il rumore del motore in lontananza, ad inquietarsi se tardava, a sentire un tuffo al cuore quando la vedeva attraversare il cortile con quella sua bellezza extraterrestre.
Sul finire dell’ultimo giorno, un tempo di sole passato a chiacchierare di nulla, Elisa si interruppe di colpo a metà di una frase e guardò Vittorio negli occhi.
“Devi andare?” disse lui con un accento di malinconia tra i denti.
“No. Se vuoi resterò con te per sempre. Ti terrò compagnia, ti accudirò, mi concederò a te tutte le volte che mi desidererai, come una moglie fedele”
Vittorio impallidì. Le sue parole tremarono.
“Come posso meritare una cosa simile?”
“Dovrai scrivere per me una poesia ogni giorno. Questo sarà il nostro patto.”
Quando sentì nominare la parola poesia Vittorio chinò il capo. Stette così qualche minuto, guardò Elisa, lasciò che la sera inghiottisse uno ad uno i castagni della sua valle, poi la guardò di nuovo, il viso sereno e perfetto, lucente nella penombra, e alla fine fece sì con la testa.
Per quindici anni Elisa fu accanto a Vittorio.
Lo sostenne, portò la vita nella sua casa e nel suo letto, lo curò, ascoltò le sue parole un po’ vuote, i suoi discorsi banali resi ripetitivi dalla vecchiaia.
Per quindici anni Vittorio scrisse una poesia al giorno per Elisa.
Versi di fuoco e di ghiaccio, violenti, struggenti, colmi di gratitudine, di passione, vividi, scavati dall’impronta di Elisa come il letto che la accoglieva la notte, come vesti lievi che avrebbero conservato memoria del suo corpo in eterno e lo ripercorrevano centimetro a centimetro, parola a parola come offerte, omaggi, voti, salmi, alleluia.
Elisa leggeva quei versi alla sera, quando Vittorio dormiva sulla poltrona con la bocca aperta senza denti, e piangeva.
E si perdeva e volava ed era felice.
Il giorno 24 febbraio del 1985 alle ore quattordici e zerocinque il poeta Vittorio Arrighi, premio Nobel della letteratura, si spense nella sua dimora in appennino accudito fino all’ultimo istante dalla giovane moglie. Dopo un periodo di crisi creativa durato oltre dieci anni, aveva avuto una vecchiaia feconda ed aveva scritto versi senza tempo, mirabili, immensi, che gli erano valsi i più ambiti riconoscimenti internazionali.
Elisa guardò impassibile il corpo del vecchio steso sul letto. Percorse le sue fattezze senza un tremore del mento, senza una lacrima, senza un rimpianto.
Poi andò nella sua stanza, sistemò nelle valigie già pronte tutti i libri del marito scritti per lei, li fasciò con cura tra gli abiti che non si rovinassero durante il viaggio e portò i suoi bagagli all’uscio. Quindi fece un ultimo giro di perlustrazione della casa alla ricerca di eventuali oggetti scordati.
La porta dello studio fu l’ultima che aprì. C’era un foglio sullo scrittoio. Si avvicinò e riconobbe la grafia larga e tremolante di vecchio. Era la poesia del giorno. Prese il foglio con cautela, come per non gualcirlo, con una specie di cura religiosa. Volò con il cuore trafitto sui primi versi, spalancò gli occhi sulle immagini, si ubriacò, planò e prese quota di nuovo. Poi la musica cessò di colpo.
Il verso si interrompeva a metà e sarebbe restato per sempre così.
La sua anima ricadde a terra sapendo che non avrebbe mai più preso il volo. Il suo corpo si sedette sulla sedia e si appoggiò al ripiano di legno come un uccello che muore. E i suoi occhi piansero, inzuppando il foglio e il vestito, tutte le lacrime che non sapevano di contenere.