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La prima impressione è che noi dell’Occidentale siamo più fortunati. Poi, a guardarci bene, è facile capire che non è mica vero che abbiamo tutta ‘sta gran fortuna. D’accordo, quelli dell’Orientale stanno in un territorio che sembra un labirinto disegnato da uno strafatto di LSD mentre noi abbiamo le grandi pianure, ma bisogna tener presente che noi ci becchiamo il fronte di respinta e non so se avete presente.
Comunque la mia famiglia è stata una delle prime a venire qui nel 120 e pare che all’epoca non ci fossero tante possibilità di scelta. Siccome quando stavamo nelle terre di sopra abitavamo in Italia, nonno non ha fatto altro che scegliere un lotto tra più vicini. Magari in questo modo gli sembrava un po’ di stare ancora a casa. Penso gli avessero anche raccontato che qui ci sarebbe stata molta acqua. Ovviamente era la solita fregatura e di sorgenti nella nostra zona non ce n’era manco l’ombra e così l’acqua ancora oggi ci tocca comprarla dal consorzio del fiume che ce la mettono una fucilata.
E comunque nonostante tutto non sarebbe così male vivere qui. A parte il caldo, naturalmente, anche se alla fine si finisce per abituarsi pure a quello. Anche se in certi momenti sembra che l’aria scompaia e bisogna saper respirare veloci e leggeri come cani. E lo stesso non sarebbe male, davvero, viverci o almeno non peggio che in tanti altri posti, se non fosse per il fronte di respinta. A quello abituarsi è impossibile. Quello è veramente uno schifo.
Quando tra il 2060 e il 2103 centinaia di migliaia di immense pompe hanno svuotato il Mediterraneo per far posto al surplus di popolazione, i nostri amici già lo sapevano che sarebbe successo. Che senza il mare di mezzo il numero degli aspiranti europei sarebbe diventato cento, mille volte più grande. Il tempo che il fondo fosse calpestabile, l’aria si purificasse dai miasmi della putredine e tornasse respirabile, e l’assalto sarebbe iniziato.
E certo loro non pensavano di starsene con le mani in mano a vedersi arrivare milioni di miserabili dalla conca delle terre di sotto. Figurarsi se dopo essere riusciti a liberarsi dei propri pezzenti sbattendoli tutti qui sotto a lavorare erano disposti a beccarsi quelli delle terre di sopra d’Africa. E così si erano già pensati tutto. Quando i primi gruppi di poveracci sono arrivati sulle rive del grande fiume centrale invece delle navi da guerra di sessant’anni prima ci hanno trovato ad aspettarli i carri armati ultimo modello che gli hanno fatto un bel ripasso di come funzionava la faccenda.
Da dove stiamo noi il suono degli spari non si sente ma di notte si vedono i bagliori, come i fuochi d’artificio della festa di un paese ai confini del mondo. Tutta la notte, tutte le notti. E sulla pista passano le colonne di soldati che vanno e che tornano senza sosta. E passando ci guardano con un misto di tristezza e di disprezzo. Perché noi siamo i pezzenti delle terre di sotto.
Noi qui tutti lo sappiamo che prima o poi sfonderanno, che è solo questione di tempo. E che quel giorno tutte le terre di sotto si trasformeranno in un inferno. Con quelli che li prenderanno a cannonate dalle basi sulla costa per non farli risalire e noi con loro e tutti qui sotto ad ammazzarci per un goccio d’acqua e qualcosa da mangiare. Tanto i pezzenti son tutti pezzenti e le differenze ai loro occhi son poche. Qualche volta ho persino pensato che sia questo il piano vero. Far riempire per bene le terre di sotto di un miliardo di rifiuti umani e poi riaprire la grande diga e risolvere definitivamente il problema per un centinaio d’anni.
Io comunque non ci voglio stare qui ad aspettare di vedere come va a finire e ho deciso di andar via. Con me ci saranno Ciccu, Manuel e Pierre, i tre moschettieri. Il nostro piano è semplice: migreremo al contrario. Attraverseremo il grande fiume centrale e risaliremo verso le terre di sopra d’Africa dove per entrare non c’è nessun controllo, e ci mancherebbe. E anche se c’è la fame e le malattie e anche se sono vere metà delle cose che raccontano, niente potrà esser peggio che stare qui, nel loro recinto. Ad aspettare in un catino dove tutti vogliono passare e nessuno si vuole fermare, sul confine tra due mondi che premono l’uno contro l’altro per distruggersi.
Ci ha raccontato Babu, uno dei pochi che ce l’ha fatta a passare ed è rimasto con noi, intrappolato nelle terre di sotto, che l’aria che viene dal deserto profuma di cento profumi. Di palma e di fiori spinosi che si aprono nelle notti stellate. E che gli alberi nella foresta sono dappertutto, per chilometri, e che tutto è verde, da tutte le parti, che noi non riusciamo nemmeno a immaginarcelo. E dice che nelle giornate terse si vedono le montagne ma non come le nostre, che la cima più alta è sempre più bassa dei piedi di quelli che abitano le terre di sopra. Montagne che stanno sopra alle terre di sopra e sembra vogliano arrivare più in alto del cielo.
Se mai arriveremo lì e se è vero che esistono montagne così, io ci voglio salire un giorno. A qualsiasi costo. E stare anche solo per un momento dove non esiste nessuno che ha i piedi più in alto della mia testa.
E poi vorrei che trovassimo un posto, anche all’altro capo del mondo, dove la gente non maledice il posto dove sta e non ha una terra promessa dove vorrebbe fuggire, anche a costo di farsi ammazzare. Dove nessuno sa nemmeno che esiste un posto come questo, dove si riempie ogni notte un fiume di morti solo perché si ha paura dei vivi.
E vorrei che in quella terra io e i tre moschettieri trovassimo quattro donne con gli occhi neri come Babu, che non ne vedi il fondo, e facessimo figli a cui non raccontare mai nulla di tutto questo. Persone che sapranno stare dove stanno e non si occuperanno di dove ma di come ci stanno.
Per il momento ogni sera ci vediamo vicino al relitto, per perfezionare il nostro piano. Lì non ci viene nessuno perché è pieno di serpenti e così possiamo parlare in santa pace e fantasticare su queste cose. Ancora sette anni ci diciamo, e avremo diciotto anni, e allora saremo liberi di lasciarvi questo vostro mare che avete svuotato dall’acqua per riempirlo di sangue.

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