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Gaio Elio Staleno, veterano delle guerre contro Mitridate, già questore militare e tribuno della plebe, senatore della Repubblica di Roma, ha terminato i suoi affari e si accinge ad abbandonare il foro. Le navi dirette verso la provincia di Sardegna e Corsica sono salpate in mattinata, c’è stato modo di parlare con chi di dovere e ora non c’è più niente che lo trattenga qui.
I calcei neri calcano il suolo che ho calpestato tutti i giorni diretto verso l’Expo con le mie bambine per mano, in un tempo che è finito da tempo. Il suo corpo attraversa palazzo San Giorgio, passa a lato della fermata della metro e si dirige verso il decumano. Sotto gli ultimi portici di Sottoripa c’è ancora il negozio di articoli marinari.
A Genua oggi c’è vento di mare e tutto è come viscido di salsedine. Quando è così umido prende mal di testa e nemmeno la focaccia viene come dovrebbe. A Margherita quando era piccola si arricciavano i capelli, in queste giornate, che quando vedeva la spazzola cominciava già a piangere.
Gaio Elio non aveva mai mal di testa quando era in Oriente ma ugualmente non scambierebbe quei giorni con un’ora sola nella sua città per tutto l’oro del Ponto. Anche se farebbe comodo un’anfora di quell’aria secca d’Asia, quando il tempo è così, giusto da riuscire un po’ a respirare. Quasi a fare la prova il senatore tenta un respiro profondo senza riuscirci, si alza la toga orlata di rosso che non tocchi il terreno sporco e riprende il passo. Non ho mai capito perché sono così sporche queste strade. In tanti anni non mi ci sono mai abituato. La sporcizia qui sembra si produca da sola e bisogna camminare con un occhio al cielo, che appare e scompare tra i palazzi altissimi addossati, ed uno a terra, dove si mettono i piedi.
Gaio passa la porta Sottana e imbocca il decumano. Quante volte ho passato questa porta senza vederla, scomparsa chissà in quale momento. Ma l’ho sentita lo stesso ogni volta, una porta messa lì, anche se non ne resta più traccia. Lo stacco netto che c’è quando trapassi dalla luce dello spazio aperto del porto all’intrico della città fitta.
Il decumano va verso est in direzione della porta Superana. Il senatore lo percorre camminando piano. E’ una vecchia laida che conserva fili d’oro tra i capelli pulciosi, via San Bernardo. Il verduraio, l’antica drogheria Torielli, palazzo Marcantonio Sauli.
Il senatore mi incrocia che scendo, mentre risale la via. Baldanzoso, più giovane, con i bambini sempre addosso come una scimmia, e tu accanto a me con un viso da bambina. All’altezza della birreria Moretti, Gaio Elio Staleno si ferma a riprendere fiato. Lo hanno stancato le guerre e le notti all’aperto e quelle febbri che non sono passate per anni, anche dopo il ritorno. Ricordo che qui dove sta fermo a farsi rallentare il cuore, una volta ho percepito con chiarezza che la vita alla fine sarebbe finita e ho pianto da solo in mezzo alla strada. Poi ecco che la luce aumenta e la via termina nel piccolo slargo che chiamano pomposamente piazza. Il decumano prosegue e attraversa il fianco sinistro del mio palazzo verso la porta Superna che sarà Sant’Andrea. Da lì le strade che vanno a levante attraverso i campi ora occupati da case e ponti e gallerie e spianate e domani chissà da che cosa.
Il senatore prosegue verso casa sua. Dove ci sono state altre case e poi altre e poi altre e poi le bombe della seconda guerra mondiale. Non vede l’ora di indossare i sandali e riposare bevendo una coppa di vino col miele. Si allontana attraversando il mio spazio ed io, attraversando il suo, per anni mi sono fermato qui e sono rientrato a casa, in un tempo passato anch’esso da tempo. Guardo quel giovane me fermo che guarda il senatore calpestare il suolo del pezzo di mondo che io ho calpestato e scomparire, lasciandosi il bar degli aperitivi alla destra.
E’ il sessantaquattro avanti Cristo. I trapani degli operai forano il selciato per alzare i cancelli che ospiteranno i grandi della terra, che grandi non sono già più. E’ il milletrecentoventi, è il millenovecentoquarantacinque.
Se mi prometti di tenermi da parte una coppa di quel vino, senatore, io quando ci vediamo ti porto un paio di scarpe da jogging, che il male ai piedi te lo scordi per sempre.

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