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All’età di solo nove anni si era accorto di aver perso i movimenti fini.
All’epoca avevano un certo successo tra i ragazzini quei modellini di aerei, carri armati, soldatini da montare e poi dipingere. Erano belli ma erano una faccenda lunga e arrivare ad averne un numero sufficiente per fare un bell’esercito avrebbe richiesto tempi da scoraggiare chiunque. Così lui aveva avuto l’idea di usare le bambine. Promettendo loro che si sarebbe prestato a ricoprire nei loro giochi per un anno intero qualche ruolo rifiutato da tutti gli altri maschietti, il principe azzurro o chissà che, le aveva messe a lavorare per giorni tutti i pomeriggi. Erano rapide e precise come nessun maschio sarebbe mai stato. In breve si era ritrovato un esercito completo di armamenti e mezzi, colorato da far invidia a tutti i suoi amici. Lo aveva disposto in bella mostra sul tavolo pronto ad essere sfoggiato ed era andato a letto tutto soddisfatto di sé stesso. La mattina dopo si era accorto di non riuscire più a prendere i piccoli oggetti, a tenere in mano le matite, ad allacciarsi le scarpe.
Eppure nonostante questo alla fine era riuscito ad avere un’infanzia felice. Era un leader naturale e non aveva avuto difficoltà a trovare qualcuno che gli facesse i disegni o gli allacciasse le scarpe in cambio di un posto nella banda di cui era immancabilmente il capo.
Al Liceo si era verificato il secondo episodio. Per una fortuita combinazione aveva individuato il testo da cui la professoressa di latino copiava le versioni per i compiti in classe. Gli era così venuta la pensata di tradurre preventivamente tutte le versioni del libro assegnandone un certo numero ad ognuno dei compagni. Lui escluso, naturalmente, che era l’indiscusso detentore del brevetto. Per un intero anno scolastico erano fioccati i dieci e lui era divenuto l’idolo della classe. Quell’estate stessa si era accorto di aver perso quasi completamente la capacità di concentrazione. Gli era impossibile rimanere con la mente applicata ad un testo o ad un problema per più di dieci minuti. Gli specialisti non ci avevano capito niente e per terminare il liceo aveva dovuto iscriversi in un istituto privato dove rilasciavano diplomi con una certa facilità. Fu un periodo meraviglioso. Di studiare se ne parlava poco e grazie alla grande quantità di tempo libero a disposizione aveva avuto modo di aumentare ulteriormente il proprio carisma curando l’abbigliamento, gli atteggiamenti, il modo di fare. Le sue piccole menomazioni nemmeno si notavano: era letteralmente l’idolo dei suoi coetanei.
Il terzo episodio si era verificato durante il servizio militare. Era stato ammesso al corso allievi ufficiali e aveva ricoperto il ruolo da sottotenente in un distretto non distante da casa. Poco dopo la sua assegnazione aveva sentito con le sue orecchie la truppa prenderlo in giro per le arie da capetto che a quanto pare si dava e per la sua giovane età. Aveva punito tutti con la revoca delle licenze ed una marcia di quindici chilometri in tenuta da combattimento. Questo gli era valso i complimenti del sottufficiale anziano. Da quel giorno era stato rispettato e temuto come nessun altro giovane ufficiale prima di lui.
Purtroppo proprio in quel periodo erano cominciati i primi problemi di deambulazione che sarebbero in seguito divenuti cronici. Non riusciva a camminare per più di una decina di minuti senza doversi fermare. All’inizio ci era rimasto male ma presto si era accorto che questo non cambiava molto nella sua vita. L’importante era fare in modo di non aver bisogno di camminare a lungo o, in alternativa, avere qualcuno che gli facesse da autista.
E difatti, nonostante queste sue limitazioni e in virtù della sua naturale attitudine al comando, la carriera lavorativa negli anni seguenti era stata folgorante. Purtroppo anche la sua malattia nel frattempo era avanzata lentamente ma inesorabilmente. La memoria aveva iniziato a perdere i colpi, la voce a non reggere un intero discorso di fila, le mani non riuscivano a tenere la cornetta. Per fortuna, mano a mano che saliva la catena gerarchica, riusciva a delegare ognuna di queste attività a qualcun altro. Una segretaria telefonava per lui, un collaboratore teneva a mente gli appuntamenti ed un altro scriveva i suoi discorsi e li faceva brevi e così concisi ed efficaci che questo era divenuto presto un’ulteriore marchio di fabbrica, il segno di uno stile personale e geniale.
Nel giorno della sua incoronazione ad amministratore delegato unico della società si era alzato in piedi, aveva fatto due passi fino al pulpito appositamente collocato per lui in posizione ravvicinata, aveva avvicinato la bocca al microfono e, sbirciando su quello che sembrava un innocuo post-it, aveva letto il suo discorso scritto da altri.
“Ora lavoriamo” era tutto quello che aveva detto.
E basta.
C’era stata un’ovazione.
Questo era uno con le palle, altro che.
Da quel giorno nessuno l’aveva più visto. Arrivava con una macchinona dai vetri oscurati, il suo autista fermava con la portiera attaccata all’ascensore esterno che conduceva direttamente al suo ufficio e l’ascensore partiva. I suoi collaboratori ricevevano ordini sempre più criptici sotto forma di monosillabi misteriosi attraverso l’interfono e poi lavoravano tutto il giorno per fare la Società più florida che mai, come effettivamente fu durante gli anni della sua illuminata direzione. Alla sera l’ascensore scendeva, trovava l’auto già pronta che ripartiva silenziosa.
Quando morì, molto vecchio e accudito da uno stuolo di medici e badanti che lo lustravano, lo nutrivano e lo massaggiavano come una reliquia, il sindaco indisse il lutto per la perdita di quel cittadino illustre.
La sua ultima frase, sul letto di morte, fu insolitamente lunga: “Trova qualcuno che ti gratti la schiena meglio di come faresti tu”.
Era scomparso un grande uomo di potere, un esempio.
E’ per questo che abbiamo iniziato da qui, sotto la lapide di marmo che riporta queste sue ultime parole, il tour dei luoghi storici che lo hanno visto durante la sua lunga vita.
Ora vogliate seguirmi e cerchiamo di stare uniti.
E chi ha domande è pregato di farle alla fine.

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