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Da qualche tempo eri strana. Niente che si potesse spiegare facilmente, intendiamoci, ma io percepivo qualcosa di diverso in te, con una chiarezza che aumentava ogni giorno. Eri assente, poi d’un tratto euforica, poi di nuovo silenziosa. Avevi degli slanci improvvisi nei miei confronti che a volte mi sembravano un po’ eccessivi, un po’ immotivati.
Facevi l’amore come chi deve dimostrare qualcosa, esagerando quello che sapevi mi faceva piacere, vagamente meccanica, come chi recita. Quasi a cercare di saziarmi, come per tacitarmi.
Imparai a capire che quando mi riservavi queste attenzioni speciali immancabilmente poi mi comunicavi di dover uscire. L’impegno era sempre irrinunciabile.
Feci la prova più d’una volta.
Affettuosità nel pomeriggio, serata da solo.
Amore all’ora di pranzo, pomeriggio ad aspettarti davanti alla tele.
Ti eri sempre curata di te stessa ma ora lo facevi di più e meglio, con maggiore assiduità. Improvvisamente sentivo nella tua bellezza qualcosa di estraneo, di inarrivabile, di sfuggente. Era come guardarti dal finestrino di un treno mentre ti allontanavi, come parlarti e non aver voce.
Facevo senza sosta pensieri che mi davano il tormento. Ti vedevo nelle braccia di un altro e quando lui ti stringeva, tu ridevi ed eri felice come non ricordavo fossi mai stata. Vi guardavo nei sogni fare l’amore. Fare con lui tutto quello che era solo nostro. Vi guardavo e soffrivo. Di un male fisico, alla pancia, che mi piegava. E nello stesso tempo mi piaceva quella sofferenza e non sapevo smettere di guardare.
In breve la mia mente fu occupata solo da questo. Non riuscivo più a dormire, a mangiare. Si placava in me questo morso continuo solo se ti vedevo, se ti avevo vicina. Poi, appena non c’eri, si spalancava l’abisso.
Decisi di seguirti. Ma non è vero che lo decisi, io non potevo fare altrimenti. Restare così era superiore alle mie forze. Dovevo, non potevo che sapere. Bramavo di sapere. Ma già sapevo. E di sapere non vedevo l’ora, come se questo sapere potesse portarmi la pace. E invece sapevo che sapere mi avrebbe ammazzato. E lo volevo come ne andasse della mia vita. E lo temevo come si teme la morte.
Tu stavi davanti con la macchina e io due macchine indietro col motorino. Tu giravi a destra e io a destra dietro di te ben attento a non farmi vedere nel retrovisore. Già la strada non era quella giusta per andare lì dove avevi detto di dover andare e il cuore mi batteva nelle orecchie, dentro il casco.
Ti fermasti davanti a quel bar con i tavolini all’aperto. Avanzasti con passo deciso tra i tavoli e io guardavo le persone sedute e pensavo “è quello là con la barba, è quello con gli occhiali senza capelli”. Poi arrivasti davanti al tavolino più lontano. Lui si alzò, lasciò i soldi sotto il piattino del caffè e vi incamminaste insieme passeggiandovi a fianco nella zona pedonale affollata di passanti.
Con il motorino non riuscii a seguirvi.
Tornai a casa guidando come un pazzo. Avevo addosso una febbre feroce ma stavo meglio perché avevo visto. Aveva una faccia la mia malattia.
Quando arrivasti feci finta di essermi addormentato sul divano.
Il giorno dopo decisi di rivolgermi ad un investigatore privato. Lo sapevo che era una cosa da matti ma io a pedinarti ancora non ce la potevo più fare e di sbatterti in faccia le prove del tuo tradimento avevo bisogno. Che la fase pietosa della negazione e dell’estorsione della confessione mi fossero risparmiate.
Trovai l’indirizzo su internet. Sembrava specializzato in queste faccende e il migliore della città. Presi appuntamento per telefono e raggiunsi l’ufficio in centro camminando come un automa.
Quando vidi il titolare dell’agenzia investigativa entrare dalla porta e sedersi alla scrivania rimasi senza parole. Lui mi guardò e mi sembrò di cogliere a mia volta un moto di stupore sul suo viso.
Era l’uomo del bar. L’uomo con cui ti avevo vista il giorno prima.
Con la voce che mi tremava spiegai che desideravo far seguire mia moglie perché sospettavo una relazione extraconiugale. Mi chiese il nome di mia moglie e una sua foto. Gli dissi il nome. Alla foto avrei provveduto quanto prima.
L’investigatore mi comunicò di non poter accettare l’incarico adducendo motivi di etica professionale.
“Che significa?” gli domandai
“La persona che mi chiede di seguire è persona a me nota e non posso accettare”.
“Persona nota in che senso?” il volume della mia voce stava impercettibilmente salendo.
“Non mi costringa a parlare. Si tratta di un segreto professionale”
Diedi in escandescenze, lo minacciai, feci il diavolo a quattro e in qualche modo dovetti essere convincente perché l’investigatore in breve assunse un espressione accondiscendente e mi fece segno di calmarmi.
“Io le chiedo di fare buon uso di quello che sto per dirle. In questo momento sto violando un segreto ma la situazione è così particolare…”
“Vedremo, vedremo. Ora si decida a parlare per piacere” risposi impaziente.
“Sua moglie si è rivolta a me perché io la pedinassi. E’ convinta che lei abbia una relazione extraconiugale”.
Rimasi senza parole. Così si spiegava tutto.
Tu mi amavi. Di più. Eri gelosa di me, eri pazza di me come io lo ero di te. Così pazza da rivolgerti a qualcuno che ti desse le prove dei sospetti che ti mangiavano l’anima, come avevo fatto io.
Ringraziai con cortesia eccessiva l’investigatore, gli strinsi la mano e uscii in strada con i pensieri in subbuglio. Amore, amore. Ecco cosa erano tutte quelle stranezze. Tu soffrivi. Soffrivi per me. Sarei tornato a casa, ti avrei rassicurata. Non ti avrei più dato motivo di dubitare di me, se mai lo avevo fatto.
E non potevo sentire la tua voce, mentre attraversavo la strada pazzo di gioia. La tua voce che proveniva dal privè dello studio che avevo appena lasciato.
La tua voce languida, un po’ roca, come fai quando hai voglia di fare l’amore.
“Amore, torna qui, dai, non mi fare aspettare!”
“Arrivo subito, inserisco la segreteria telefonica e arrivo!”
“Chi era? Un cliente?”
“Una specie, amore mio, una specie”.

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