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Gli sta di fronte completamente nuda e lui la osserva, la percorre con lo sguardo, si attarda, si sofferma, poi le fa segno di girare su sé stessa ruotando l’indice rivolto in alto.
Docilmente lei compie un lento giro sui tacchi, si arresta quando è voltata di schiena, divarica appena le gambe, flette lievemente il busto in avanti, ci mette del suo.
Allo spettatore sfugge un grugnito di disapprovazione.
“E quello?” fa indicando il gluteo destro.
“Hai qualcosa contro i tatuaggi?”
“Per carità no! E’ che mi figuro la tua futura badante che ti guarda colare dalla chiappa plissettata quel bel disegno tribe, mentre ti pulisce il culo.”
“Come?”
“Tra qualche anno avremo una legione di badanti ilari. “Che cosa ha detto che sarebbe quella patacca bluastra sulla pancia? Un pugnale?” E giù a ridere a crepapelle.”
“Ma dici davvero o scherzi?”
“Non lo so. Non lo so mai. In ogni caso perdete sempre l’occasione di stupire, quando vi togliete i vestiti. Uno trova sempre quello che si aspetta di trovare, depilazione e tatuaggetti compresi.”
“Vorresti dire?”
“Niente. Sembri fatta con lo stampino, uscita dalla fabbrichetta delle fanciulle piacenti anno di serie 1991. Ora avvicinati, per piacere.”
La ragazza si avvicina e si ferma a pochi centimetri. Lui le avvicina il viso al collo, ai capelli, poi al seno, alla schiena. E la annusa minuziosamente.
“La tua pelle avrebbe un buon odore. Soffocato da un profumo ovvio e dalla solita crema corpo rassodante con effetto lifting.”
“Cosa dovrei fare? Puzzare?”
“No, avere il coraggio di avere il tuo odore. Odore sai? Hai presente? Quella roba che ti si pianta nella parte più antica del cervello, il rinencefalo, e ti evoca un ricordo per sempre. Tu al massimo puoi evocare il signor Bulgari. O il signor Dior o il signor Cavalli. Come un’altra milionata di tue copie. Sorridi per piacere.”
“Come?”
“Ti ho chiesto di sorridere”
“Così?”
“Apparecchio ortodontico da piccola, giusto?”
La ragazza fa cenno di sì con la testa.
“Naturalmente”
“Altezza?”
“Centosettantadue”
“Circonferenza seno?”
“Novantatre”
“Numero di parole che riesci a imparare a memoria in cinque minuti?”
“Non so. Non saprei. Non ho mai provato. E’ importante? Posso provare”
“I capelli li hai lisciati”
“Sarebbero mossi, con l’umidità diventano quasi ricci, li odio”
“Certo”
“Qual’è l’ultimo libro che hai letto?”
“Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg”
“Sì, come no”
“D’accordo, Cinquanta sfumature.”
“Va bene. Fammi vedere le mani. Hai il gel?”
“Certo!”
“Per me abbiamo finito”
“Allora che mi dici?”
“Ti farò avere la relazione scritta”
“Non mi puoi anticipare qualcosa?”
“Stai nel mercato. Sei un prodotto onesto, non di punta, rivolta a un target medio, rappresentato da soggetti con scolarità bassa, forti consumatori di programmi televisivi. Non incuti soggezione, hai una buona fruibilità, sei abbastanza equilibrata. Le tue possibilità di implementazione però sono scarse.”
“Quindi, ci facciamo…?”
“Così a braccio non saprei. Puoi arrivare a sessantamila all’anno. Ma devi gestirti bene, le tue relazioni sentimentali, le tue amicizie, migliorare un po’ di inglese. Poi nella relazione ci sarà scritto tutto.”
“Allora mi rivesto?”
“Sì, sì, per piacere, che ho la sala d’attesa piena”
“Allora, grazie”
“Prego, prego. E auguri per il tuo futuro”

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