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Qui mira e qui ti specchia,

Secol superbo e sciocco,

……

Del ritornar ti vanti,

E proceder il chiami.

Giacomo Leopardi, Canti, XXXIV-La Ginestra, o fiore del deserto.

Il geometra Calà spalancò la porta metallica dell’ascensore con la schiena, senza smettere di frugare nella borsa. Fece due passi a marcia indietro sul pianerottolo, si infilò tra i denti un’agenda, si ficcò in tasca due pennarelli e altri oggetti e grugnendo continuò a rovistare finché le sue dita non incontrarono il metallo delle chiavi di casa.
Era stata una giornata merdosa.
Lavoro nisba, e fin qui niente di diverso dal solito ritornello che andava avanti da un anno.
Aperta parentesi: qui ci starebbe la solita tiritera sulla maledetta crisi ma il geometra ne aveva la nausea anche solo a sentirla nominare per cui la parentesi si chiude in un lampo, come s’era aperta.
Prospettive future di lavoro idem come sopra. E anche qui niente di nuovo.
Per fortuna i soldi mancavano del tutto e così non c’erano da fare calcoli complicati. Tre mesi prima gli avevano clonato il bancomat e un prelievino alla volta gli avevano asciugato quei due risparmi tenuti da parte per i momenti come quello. In attesa del rimborso dell’assicurazione il geometra faceva, per dirla con un giro di parole, la fame.
E forse proprio della fame si trattava, che gli faceva brutti scherzi, o dello stress che gli dava le traveggole perché quando il geometra alzò lo sguardo con le sue chiavi finalmente in pugno, della porta di entrata del suo appartamento non c’era più traccia. Niente. Al posto della sua porta il muro continuava spietatamente liscio e bianco fino alla porta del vicino.
Calà rimase immobile per qualche secondo, voltò lo sguardo in tutte le direzioni, tornò sui propri passi, rientrò in ascensore, uscì nuovamente e si diresse verso la sua porta che però non gli fece il piacere di essere di nuovo al suo posto. Controllò i numeri degli interni affissi in alto sopra gli stipiti e i cognomi degli inquilini scritti sui campanelli. Tutto corrispondeva. Passò le dita sul muro che non avrebbe dovuto esserci alla ricerca di chissà che, ma il muro era un muro, niente di diverso. Il geometra cominciò ad allarmarsi molto, senza considerare che dopo tutto il giorno in giro se la stava praticamente facendo sotto. Ritornò ancora una volta in ascensore e scese al piano terra, uscì dal portone e guardò la facciata del palazzo. Al terzo piano, dove avrebbero dovuto esserci la finestra della sua cucina e quella della sala, proprio tra il balcone dei Pozzoli con i gerani e quello del signor Albini con la cuccia del cane, c’era una specie di buco. Al posto dello spazio che avrebbe dovuto essere occupato da casa sua c’era un grande terrazzo su cui si vedevano lenzuola stese.
Calà ebbe un capogiro. Si guardò intorno a cercare aiuto o conforto ma il cortile era deserto. Dalle finestre proveniva il sommesso rumore di stoviglie e televisori dell’ora di cena.
Decise di rivolgersi alle forze dell’ordine. Per la faccenda del bancomat non gli erano stati di grande utilità e per dirla tutta non nutriva molta fiducia, ma non gli venne in mente niente di meglio da fare.
L’agente che raccolse la sua denuncia lo ascoltò con espressione neutra, scrisse tutto per bene e poi gli chiese di aspettare il dirigente. Calà ne approfittò per andare in bagno e poi si mise in attesa sentendosi molto infelice.
“Piacere, Rastelli. Ho letto la sua denuncia, si accomodi”.
Calà si sedette di fronte alla scrivania.
“Dunque signor Calà, lei nutre sospetti su qualcuno?”
“Come ha detto scusi?”
“Sì, intendo dire, è a conoscenza o sospetta di qualcuno che avrebbe potuto rubarle l’appartamento? Ha notato qualcosa di strano recentemente?”
“Ma, io, veramente, no”
Il poliziotto accolse la notizia con un espressione contrariata, si fregò il mento, e stette un po’ a riflettere.
“Signor Calà…”
“Geometra, se non le spiace”
“Sì, certo, geometra. Lei aveva un mutuo ipotecario sull’appartamento che le è stato sottratto?”
“Sì, ma non capisco…”
“E, mi perdoni la domanda, era in regola con il pagamento delle rate?”
“Ehm, da qualche mese sto attraversando delle difficoltà…”
“Ma questo spiega tutto!” esclamò Rastelli sbattendo una manata sulla scrivania.
“Tutto cosa?” balbettò Calà che si era spaventato e aveva fatto un salto sulla sedia.
“La banca le ha pignorato l’appartamento! E’ ovvio!”
“Ma se l’appartamento non c’è più!”
“Geometra, mi stupisco di lei! Ma non lo sa che da qualche tempo le banche fanno così? Nell’ambito delle norme volte allo snellimento della burocrazia ora tutta la procedura di pignoramento è più veloce e diviene operativa già dopo poche rate non pagate!”
“Ma… e la casa?”
“Ultimo grido in fatto di recupero crediti. Al fine di incrementare il valore del bene pignorato e rientrare delle spese sostenute per il pignoramento stesso, l’Istituto di Credito smonta la casa e la rimonta in una locazione di maggior prestigio. Il suo appartamento in questo momento si troverà in qualche quartiere di lusso cittadino.”
“Io… allora… e quindi?”
“E quindi non essendo stato compiuto alcun reato, ce ne andiamo tutti a cena.”
Il dirigente si alzò, fece cenno al piantone di accompagnare Calà all’uscita e abbandonò la stanza senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.
Il geometra Calà si incamminò lungo il marciapiede verso lo studio che non era molto distante. Avrebbe dormito lì quella notte, qualche volta lo aveva già fatto. Si stava maledettamente scomodi e bisognava mettere tutto a posto all’alba, prima che arrivassero gli altri ma di meglio, in quel momento, non aveva. Poi domani avrebbe pensato a qualche soluzione.
“A proposito -pensò con apprensione- ci mancherebbe solo che qualcuno dei colleghi si fosse fermato oltre l’orario! Sono proprio a pezzi e non vedo l’ora di distendermi sulla scrivania.”
Guardò in alto per controllare che le finestre dello studio non fossero illuminate e rimase così, a faccia per aria e bocca spalancata in mezzo alla strada.
Al posto dello studio c’era un bel terrazzo pieno di fiori con una simpatica ringhiera in legno tirolese, molto pittoresca.

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