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E facciamola, questa passeggiata che ancora ti devo.
Pratica inevasa, dovere disertato, compito mai eseguito, promessa trascurata, veterana della lista d’attesa, regina delle faccende insabbiate. La nostra passeggiata stanca di prendere polvere tra le cose sospese.
Facciamola e io porterò con me questo fazzoletto per asciugarmi il sudore del primo sole di maggio. Questo fazzoletto con l’angolo annodato da così tanto tempo che non si lascia più sciogliere e mi tocca lavarlo e stenderlo sempre in questo modo, con tutto il nodo, dal mio balcone nei giorni di vento. E sentire per anni i passanti vederlo e pensare: ”Chissà di che cosa si deve mai ricordare, quello lì, che stende fazzoletti coi nodi”.
D’avere una passeggiata da fare con te, vento o non vento, quello lì non si doveva scordare.
Ti rivedo ragazza, bocciolo, donna in fiore, camelia in pienezza che da sola vale tutto il bouquet della sposa, a chiedermi con la testa reclinata di lato: ”Ti va oggi, alla fine, di farla questa benedetta passeggiata con me?”.
Non ora.
Dopo magari.
Adesso aspetta un secondo, non è il momento, si potrebbe rimandarla a domani, ti spiace mica se prima finisco, ho paura che piova, non so se mi sento, vai tu che io poi ti raggiungo, ho male a una gamba, non è proprio cosa, temo sia troppo tardi, o troppo presto, o troppo poco il tempo del dopo, per una doccia, per lo stufato, per dipingere lo steccato.
E tu a guardarmi con gli occhi di chi già sa la risposta.
Ma oggi sono io che ti dico “Ti va per caso di fare due passi?”. Sono io che ti dico ti prego adesso sbrighiamoci a farli. Che non c’è più tempo di aspettare per fare quello che non c’è mai stato il tempo di fare.
Se farò una sola al giorno della lista di cose in attesa, il tempo non sarà mai sufficiente. Se farò due cose ogni giorno ancora credo non potrà mai davvero bastare. Ma se farò stare tre cose al giorno ogni giorno per qualche decina di giorni forse ancora posso pensare.
Di potercela fare.
Allora eccoti il mio braccio chiazzato di lividi, aggiungi tre nodi al mio fazzoletto da coprire questo cranio snudato, libera i freni alle ruote del letto e partiamo con le flebo a penzolare nell’aria come le campane di una slitta a Natale.
E chiama quattro valletti in livrea ai quattro capi del letto che spingano con discrezione mentre noi ci stiamo accanto a baciarci di nuovo a ogni passo.
Fammi sentire il ticchettare dei tuoi tacchi per strada che misuri tutto lo spazio che non ho saputo mai misurare.
E parlami, parlami ancora, che ho fame e sete di sentire all’indietro. Piccole cose di cose passate. Pettegolezzi di persone sparite. Compiti e voti di bambini e bambine già madri, già padri. Fai uno sforzo, ti prego, per ricordare. Tutte le cose che avevi da dirmi in ognuna delle passeggiate che non ti ho fatto mai fare.
Tutti i silenzi tra le parole che non ti ho sentita mai pronunciare.
Vieni a fare una passeggiata con me, ma alla svelta, che oggi ci toccano almeno altre due cose da recuperare e un altro milione da ricordare se vogliamo davvero metterci in pari.
Io sentirò la tua voce parlare, chiuderò gli occhi di tanto in tanto su questo cuscino e ci vedrò passeggiare, tenendoci per mano con un passo domenicale e lieve.
Come in una passeggiata come si deve.

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