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“Alcuni dicono che / quando è detta / la parola muore.
Io dico invece che / proprio quel giorno / comincia a vivere”
Emily Dickinson, Silenzi

Quando il medico del Pronto Soccorso ci ha chiamato, a prima vista si trattava della solita storia. La palpebra sinistra gonfia di blu a socchiudere l’occhio, una fessura rappresa all’attaccatura dei capelli, il labbro di sopra tumefatto e lo sguardo per terra, a perlustrare il pavimento. Così ho inserito il disco e ho fatto le domande di rito. Ma l’ho fatto quasi per scherzo perché le risposte le sapevo già prima.
Signorina, ha detto di essersi procurata quelle ferite cadendo. Ne è sicura? E come no. Ma sicura sicura? Non c’è niente che abbia voglia di raccontarmi? No? Vive sola signorina? Con il suo fidanzato? E dov’era il suo fidanzato quando è caduta? Era uscito un attimo a comprare le crocchette del cane?
Le crocchette del cane.
E l’avrei anche lasciata così, come al solito. Mi sarei segnato nome e indirizzo e ogni tanto sarei passato sotto casa sua di pattuglia nella speranza di sentire le urla o avrei aspettato di vederla comparire di nuovo in Pronto Soccorso per ottenere dal magistrato il permesso di effettuare le intercettazioni ambientali, se non fosse stato per quella faccenda del libro.
Mi sono chinato a raccoglierlo quando le è caduto di mano e, pensando forse che volessi sottrarglielo, lei si è lasciata sfuggire un lamento. Una specie di guaito di animale ferito. Ho alzato lo sguardo e ho visto i suoi occhi. Quello aperto e quello socchiuso e dentro entrambi c’era il terrore. Mentre glielo restituivo ho guardato di che si trattava: erano poesie di Emily Dickinson. Me le ha quasi strappate di mano e se le è strette al petto.
In quel momento ho deciso che quella non l’avrei lasciata andare.
Stavolta avrei fermato il nostro amico dalla mano pesante, chiunque fosse, e l’avrei fatto prima che potesse dare di nuovo bella prova di sé.
Ho chiesto ai medici di trattenere la ragazza per accertamenti fino alla fine del mio turno lì al Pronto. Sono passato ogni mezz’ora da lei a domandarle come stava, a chiederle se il dolore le era passato e ogni volta la trovavo con la testa infilata nel suo libro a leggere quelle poesie. Quando è arrivata l’ora di cena le ho chiesto se aveva fame e ho ordinato una pizza. Dapprima non ne voleva sapere ma poi, come poteva con quel labbro gonfio, qualche pezzetto l’ha sbocconcellato e così intanto abbiamo un po’ chiacchierato e abbiamo fatto, per così dire, amicizia. Per due o tre volte ho provato con molta cautela a tornare sull’argomento del suo incidente ma non c’era verso di farle dire mezza parola. Nessuno l’aveva toccata e in quel modo si era ridotta da sola. Da sola.
Poco prima di smontare le ho offerto un passaggio fino a casa. L’ho fatto bene, con gentilezza, senza invadenza. Lei mi ha guardato, ci ha pensato un po’ e poi ha accettato.
“Come mai il tuo fidanzato non è stato qui con te, oggi? Come mai non ti viene a prendere?” le ho domandato mentre salivamo in macchina.
“Abbiamo litigato” mi ha risposto lei come niente fosse.
Fermi tutti.
Ho spento il motore e l’ho guardata. Lei ha sostenuto il mio sguardo.
“Non è come pensi” ha detto. E non c’è stato più verso di farle dir niente. Sotto casa sua l’ho salutata e poi mi è toccato lasciarla andare. E cos’altro potevo fare?
“Spero di non rivederti. Almeno non in Ospedale” le ho detto con un sorriso. Lei ha ricambiato il mio sorriso con un sorriso sghembo, come riusciva con quella bocca ferita, e si è incamminata verso il portone.
Non ero stato capace di fare niente di buono.
Ho pensato spesso a lei nei giorni seguenti. Ho anche comprato un libro di poesie di quella Dickinson, a un certo punto, non so che mi è preso. Eppure già lo sapevo che la poesia non è fatta per me e mi fa solo venir sonno.
Poi, ora dopo ora, il ricordo di lei ha cominciato ad aggiungersi a quello di tutte le persone che hanno avuto un volto, per un breve momento, e già sappiamo che non vedremo mai più. E insieme a quelli ha preso a sbiadire, dilavato dai giorni.
E invece non era passato un mese che l’ho trovata di nuovo in Pronto Soccorso. Quando arrivando l’ho vista seduta in attesa con quel viso pesto, mi è montata una rabbia da dare i pugni nel muro.
Appena il doc ha finito di cucirla ho chiesto di poter parlare con lei in una stanza da solo.
“Dov’era stavolta? A comprare la scatoletta al gatto?”
“Ciao. Come stai?”
“Allora? Com’è andata? Raccontami un po’. Sei scivolata? Non hai visto un muro?”
“Nessuno mi ha picchiata, se è questo che intendi”
Mi è presa una furia cieca. Ho messo tutta la cattiveria che avevo in quello che stavo per dire.
“E allora dillo che ti piace! Dillo che ci provi gusto. Con quell’aria da incompresa. Con quella faccetta da danneggiata. E’ anche la gente come te che fa il mondo un po’ peggiore ogni giorno! Sei colpevole lo sai? Almeno quanto quello che picchia!”
E’ stato allora che l’ho visto succedere.
Di fronte ai miei occhi.
Una ferita, come una crepa scarlatta, s’è aperta da sola sulla sua tempia sinistra. Il sangue e le lacrime sono scesi insieme tracciando due piccole strade sulle sue guance, di colori diversi.
E allora ho capito.
“Mio dio! Mio dio! – non riuscivo a smettere di urlare – Mio dio, dimmi cosa posso fare!” e intanto cercavo di tamponare il sangue con le mani e piangevo e chiamavo aiuto, tremando, disperato, senza più controllo.
“Ora passa, non ti preoccupare, – diceva lei – ora passa. Prendi il libro dalla mia borsa, non ti spaventare. Prendi il libro e leggimi una poesia. Ma leggimela, piano, a bassa voce. Senza urlare.”

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