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Un uomo nel buio pensa una storia e in questa storia c’è un uomo che sta in silenzio nel buio a pensare una storia. Ad un certo punto l’uomo si alza e non sa se si è alzato davvero o se è stato l’uomo della sua storia ad alzarsi.
Camminando in punta di piedi l’uomo si avvicina al figlio che dorme e ne annusa il tepore, il respiro di piccole onde interrotto ogni tanto da un’onda più lunga. Poi entra nella stanza della moglie e la sua presenza nel buio la sente già dalla porta. Ne immagina le forme modellare il lenzuolo che la copre come una statua di donna che tra poche ore sarà svelata alla luce e ora attende immobile alla vigilia di un’inaugurazione. L’uomo si ferma in mezzo alla stanza e ne ripassa il corpo, a occhi chiusi, in ogni particolare. E poi ricorda il giorno in cui ha visto la testa che avrebbe accarezzato ogni giorno della vita affiorare dalla vulva che ha accarezzato ogni giorno per una vita e ha capito che quel corpo è come un amuleto magico, una lampada di Aladino, che ad accarezzarla e strofinarla scaturiscono meraviglie.
Per un attimo l’uomo pensa di spogliarsi e stringersela addosso e la tentazione è così forte che lo fa vacillare ma poi ricorda che da tanto tempo non riesce più ad averla e allora gli prorompe nelle orecchie un suono nero e feroce e d’un tratto sa di nuovo perché adesso è lì.
L’uomo apre l’armadio, prende una piccola scatola e si stupisce di trovarla in quel posto, dietro la pila delle federe, perché sinceramente lui non ricordava più dove fosse. Si vede che l’uomo della sua storia ricorda le cose meglio di quanto le ricordi lui.
Nella scatola c’è l’unico ricordo di Francesco che in un altra vita è stato suo fratello e da più di vent’anni sta a Novara a pagare le sue scelte senza sconti.
In fondo alla scatola la Walther PPK dorme su un fianco con il carrello arretrato. Le dita estraggono il caricatore vuoto, prendono i sette proiettili dal sacchetto, li impilano uno ad uno vincendo la breve resistenza della molla e reintroducono il caricatore nel calcio. Il carrello sganciato fa un suono secco di metallo che schiocca nell’appartamento addormentato e la prima cartuccia, dopo tanto tempo, si dispone in attesa nella camera di scoppio.
Tra un’ora apre la fabbrica e l’uomo si lava e si prepara con la pistola nella cintura dei pantaloni. Poi esce e ripercorre la stessa strada che ha fatto tutte le mattine per una vita prima che qualcuno decidesse che lui e un centinaio d’altri si dovevano togliere di mezzo per andare a stare nel mondo di quelli che sono troppo vecchi per trovare un altro lavoro e troppo giovani per stare tutto il giorno a non far niente. Un mondo dove uno si sente un nulla e non riesce nemmeno più a far l’amore.
Ora va ad ammazzare il capo del personale, pensa l’uomo nel buio che immagina la storia, e mentre lo pensa sente il duro della pistola contro la pancia e rivede la faccia del leccapiedi che ha barattato più di cento vite per avere il proprio culo al sicuro e due soldi in più sullo stipendio. Compilando diligentemente la propria lista con i nomi di quelli che gli stavano sui coglioni, o stavano sui coglioni ai capetti, o alle amanti dei capetti o agli amici degli amici dei capetti.
Lo aspetto nel parcheggio quando esce dalla sua macchinina bella lucida, gli faccio rimirare l’interno della canna della PPK molto da vicino e lo guardo cagarsi addosso prima di fargli saltare la faccia, pensa l’uomo mentre sale sull’autobus.
E poi mi tiro un colpo e vaffanculo. Tanto io non servo a niente, solo solo un parassita. E forse avevano ragione Francesco e i suoi compagni alla fine.
Ci hanno fottuti tutti solo che invece di fotterci in piedi ci hanno fottuti dopo averci messi a quattro zampe.
L’uomo in poltrona che pensa la storia nel buio attraversa il parcheggio stando discosto con la faccia bassa e il bavero alzato che qui è ancora pieno di gente che lo conosce e mentre cammina si preoccupa che magari lo sparo possa svegliare il bambino che dorme di là.
Ora faccio arrivare la macchina del leccaculo, pensa. E difatti la macchina proprio in quel momento entra nel parcheggio. Appena ne riconosce il profilo con l’immancabile auricolare che gli esce dall’orecchio sempre a parlare con chissà chi, l’uomo dimentica ogni cosa e punta dritto nella sua direzione.
In lontanza il campanile suona le sei e il cielo sbiadisce cominciando dall’orlo, sopra le colline.
La moglie dell’uomo si gira nel letto e la rete, che sarebbe da cambiare, cigola un po’, prima che tutto torni al silenzio fragile che precede il risveglio.
Il fragore del primo sparo lascia tutti immobili nel raggio di cinquecento metri, come erbivori colti di sorpresa.
C’è un intervallo di dieci secondi.
In quei dieci secondi l’uomo vede la testa di suo figlio che è appena uscita dal corpo della madre ma la vede grande, come è adesso, con i capelli un po’ a cresta come va di moda. Il bambino lo guarda e gli fa segno di entrare al posto suo e gli sorride e lui lo ricambia e rientra dentro sua moglie, dopo tanto tempo, e mentre scompare saluta il figlio per l’ultima volta, con la mano, come chi parte con il treno.
Il secondo sparo scatena il finimondo, le urla, il fuggi fuggi e poi il fischio delle sirene della fabbrica.
Mentre la città si sveglia, l’uomo sulla poltrona si lascia entrare dentro un sonno nero e si abbandona, con la mano stretta al calcio della pistola.

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