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Vent’anni. Mai vista. Faccia da vacca.
Trent’anni. Fidanzata da otto. Abbronzatura da viaggio di nozze.
Tu saresti Giulia? Piacere Carmen. Volevo dirti che mi sono chiavata tuo marito fino al giorno prima del tuo matrimonio.
Chiavata? Che modo è di parlare? Non devo far vedere che mi batte il cuore. Sorridere. Devo sorridere. Ecco sì. E sfoderare una cosa tipo “Ma davvero??” Oppure “Davvero? Ma non mi dire!” Sì, questa andrà benissimo. Davvero ma non mi dire. Vai col sorriso. Un attimo però, che la vacca continua a parlare.
… insieme da cinque anni. E non mi aveva detto che era fidanzato né che si doveva sposare. Niente. Ora sai con chi stai. Hai capito?
Davvero? Ma non mi dire!
Sapere è sofferenza. Sapere di non sapere è sofferenza. Solo non sapere non è sofferenza ma se formuli il pensiero vuol dire che qualcosa sai e già ce l’hai nel culo. Che modo di parlare, anch’io.
Ho conosciuto Carmen, oggi. Non conosci nessuna Carmen? Dice che chiavavate da cinque anni. Io parlo come mi pare. E’ pazza? Dice che ti ha regalato un libro. L’ho trovato tra le tue cose con la dedica.
La tua espressione storta è panna acida che sporca ogni cosa e non c’è ricordo che tenga, non c’è carezza ricevuta o data, non c’è carne nella carne, gentilezza o bacio che sopravviva linda agli schizzi, che resista in piedi.
Lei avrebbe sempre voluto ma tu non hai mai acconsentito? Per questo ora si vendica? Ma chi? Sempre Carmen che non conosci? Perché rido? Guarda, lo devo proprio dire. Lei dice che tu ce l’hai un po’ storto a sinistra. Sì hai capito bene. Guarda un po’. Proprio a sinistra. Poteva dire destra e invece ha detto sinistra. Tu dici che avrà notato come lo tieni nei pantaloni? Ho capito.
Se avessi fatto male a me ti avrei perdonato, se mi avessi ferita, umiliata avrei potuto ancora pensarci. Ma tu mi hai cancellato i ricordi. E i ricordi si vendicano. E si portano via altri ricordi.
No, non sono arrabbiata. Perché dovrei? Io ti credo. Ma visto che siamo in vena di rivelazioni anch’io ho da dirti due cose. Quando sono rimasta con tua madre la notte che è morta mi ha rivelato che tu non sei figlio di tuo padre ma della sua storia con il barista sotto casa. Cicci, te lo ricordi? Sempre ubriaco, povero cristo. E che da piccolo ti ha portato a fare una visita e ha scoperto che non potrai mai avere figli per una malformazione congenita. Ma io ti ho preso lo stesso perché ti voglio bene, come ti voleva bene tua madre. Pensa che pagava tutti i tuoi amici perché non ti facessero sapere il soprannome con cui ti chiamavano. Qual era mi chiedi? Caffettino, ti chiamavano tutti. Per via del barista. Sai lo sapeva tutta la città eccetto tuo padre. E’ sempre così d’altronde, il tradito è sempre l’ultimo a saperlo. Tu ad esempio mica ti sei accorto di niente quando sono stata con Sardelli. Be’ si certo. Perché credi di essere stato promosso? Per le tue capacità? L’ho fatto per te anche se poi mi è piaciuto da impazzire. Non me lo aspettavo, davvero. Adesso penso sempre a lui quando faccio l’amore con te. Anzi quando chiaviamo. Io parlo come mi pare. E non è vero che piango. Non piango affatto. E che cosa ci sarebbe poi da piangere? E’ solo che io quando mi emoziono piango. Sono fatta così. E io solo a nominare Sardelli ancora mi emoziono. Un vero uomo quello. Che ce l’aveva dritto come un fuso.

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