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Durante il pomeriggio era stata a farsi i massaggi. L’estetista, che la vedeva ogni lunedì da vent’anni anni, come ogni lunedì non aveva mancato di dirle quanto fossero ancora belle le sue gambe. E poi di fila si era sperticata che non se ne vedono tante così, nemmeno tra le più giovani, senza un filo di cellulite né una venuzza manco a cercarla. Nessuna delle due sapeva più se queste cose le diceva perché erano vere, per abitudine o perché facevano salire l’entità della mancia. Forse era per tutte e tre le ragioni. D’altronde che altro si poteva raccontare ad una signora d’età che tutte le settimane viene a fare le mani e i piedi e il massaggio e la depilazione, come una diva, e non ha marito né figli né nipoti. Si capisce che dopo un po’ gli argomenti finiscono.
Quand’era uscita era andata dal parrucchiere anche se non era mercoledì. Che sorpresa vederla qui, signora. Facciamo solo una messa in piega perché il colore è ancora a posto.
Era uscita vaporosa e altera, come d’abitudine, con il suo passo ticchettante, e si era avviata lungo la strada come chi ha fretta. Aveva ancora un bel figurino, che a vederlo da lontano attirava lo sguardo degli uomini. Poi quando si avvicinava tutti la riconoscevano e ci restavano un po’ male a scoprire che quel personalino ancheggiante era solo la madamìn e non una bella passante ignota. Madamìn, la signora anziana un po’ strana che tutti riconoscevano ma nessuno poteva dire di conoscere davvero.
Alle sei in punto madamìn si era presentata all’appuntamento con il dott. Sarà, chirurgo estetico. Aveva ritoccato con il collagene le labbra, il solco genieno e le rughe della fronte. Si era rifatta il trucco ed era uscita salutando la segretaria con il suo spiccato accento torinese.
Nessuno poteva dire da quanti anni la madamìn stesse a Genova. Trenta? Quaranta? Chissà perché certi accenti dell’infanzia si fissano così indelebilmente nella parlata di alcuni. Forse perché lo si vuole. Forse perché si sceglie di resistere alla contaminazione, al mutamento e ci si aggrappa a quell’origine lontana come ad una radice, un segno distintivo, una peculiarità.
Madamìn era uscita dallo studio del dottore che era buio e il suo passo si era fatto lento, per la prima volta in tutto il pomeriggio, come quello di chi non ha più dove andare o si trova improvvisamente stanco. Strano perché di strada a piedi Madamìn non ne percorreva poca.
Ogni mattina, ad esempio, faceva a piedi quasi un chilometro, passava imperterrita di fronte ad almeno quattro panetterie per arrivare a quella che oltre ai formati di pane soliti, papere, libretti, rosette, teneva le biove. Magari non proprio identiche a quelle torinesi ma pur sempre biove. Entrava e con l’accento ancora più marcato del solito ordinava una biova, una sola ogni giorno. Da lì le era venuto il soprannome con cui tutti la conoscevano: Madamìn Biovarì o Madamìn, più brevemente. E, come alla più famosa madame, anche a lei la fantasia popolare aveva attribuito amanti e passati burrascosi. Negli anni era stata via via un’ex attrice porno, una prostituta d’alto bordo in pensione, l’amante di un ministro, un’accompagnatrice già destinata a innominabili potenti stranieri in visita di stato, una delle donne di piacere di un sultano che aveva perso la testa per lei e quando era scappata si era suicidato.
Con la sua nuova andatura lenta Madamìn aveva percorso la strada verso casa, e poi si era fermata nel bar degli aperitivi dove aveva bevuto un Vodka Martini, stando in disparte con le gambe accavallate, come una vecchia gatta solitaria che non dubita della propria capacità di seduzione. Aveva ignorato i sorrisetti dei poveri di spirito che sbavavano dietro a ragazzette dalla pelle tesa come insulse foche, infilzate di piercing e stampigliate di tatuaggi e aveva sorriso crudelmente tra sé, immaginandole alla propria età.
Aveva recitato dentro di sé una poesia imparata alle elementari che ricordava perfettamente e che ogni tanto, per tutta la vita, si era ripetuta senza una ragione.
Aveva ripensato alle sue trecce nere sul grembiule bianco e ne aveva sentito sulle spalle il peso lieve, per un momento solo.
Aveva risentito un ragazzo che suonava la chitarra un po’ ubriaco nei giardini davanti a piazza Cavour e aveva ricordato sorridendo di averlo rivisto qualche anno dopo sul palcoscenico del Faro che si faceva chiamare Fred Buscaglione.
Aveva risentito la cantilena dei carruggi dell’unico uomo che le avesse mai preso il cuore e lo aveva riprovato per un istante dentro di sé, come una specie di pizzicorino fra le gambe, vero per un attimo, come quando il suo corpo ragazzo le pesava in grembo.
Aveva ricordato il carosello delle camionette in Piazza de Ferrari, la gente nella fontana, i lacrimogeni, il fuggi fuggi tra i vicoli, la pioggia di oggetti dalle finestre sugli agenti di quel 30 giugno del 60.
Aveva risentito la voce del console della Compagnia Unica che le diceva che se n’era andato un bravo compagno e un bravo camallo e che il porto non l’avrebbe mai dimenticato.
Poi la scorza del limone le aveva cozzato contro le labbra e aveva visto le luci della strada lastricata attraverso il fondo del bicchiere.
Allora si era alzata, aveva pagato e si era avviata verso casa.
L’hanno trovata questa mattina. Ci hanno messo poco perché il panettiere al secondo giorno che non la vedeva, per la prima volta in trent’anni, si è preoccupato ed ha chiamato la polizia.
Era vestita di tutto punto e le gambe bellissime nelle calze nere spiccavano nel biancore del letto. Ha usato le pastiglie che di deturparsi la pelle con le lame non deve averne avuto il cuore, dopo averla tanto curata. Siccome nessuno sa niente di lei, il suo corpo snello e il suo viso liscio che si provava a fermare il tempo, se li è presi l’istituto di medicina legale.
Il panettiere commosso ha giurato che d’ora in poi terrà da parte una biova ogni giorno, in ricordo di Madamìn Biovarì, almeno finché il negozio sarà di sua proprietà.

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