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Istintivamente le mani si protendono verso il pube a coprirsi, poi, a metà strada, comandate dalla volontà, s’arrestano, si contorcono, piuttosto che niente stropicciano il vestito.
Il viso é rivolto tutto d’un lato come quello di chi vorrebbe essere altrove ma nonostante ciò è determinato a rimanere dov’é.
Osservo cercando di restare impassibile uno spettacolo d’anatomia mutilata.
Anteriormente, dove le piccole labbra si congiungono a formare il cappuccio del clitoride, é come se una gomma da cancellare avesse spianato ogni cosa. Come se quel delicato incrocio di piccole pieghe, di rilievi, di solchi, le sue superfici lucenti e cangianti, fossero state sostituite da una colata uniforme di pelle riportata dai lati.
Al di sotto, dove si schiude l’accesso all’ostio vaginale, piccola porta, entrata dietro il sipario, le labbra sono come fuse e formano un muro.
Resta un piccolo assurdo foro innaturale e senza grazia, tutto spostato indietro, verso la forchetta, che cerca disperatamente di essere il più possibile lontano da ogni centro nervoso del piacere.
Tasto con le dita, cercando di usare la maggiore delicatezza possibile. Lei ha un sussulto.
“Ti faccio male?”
“No. No male”.
Il clitoride non é stato reso inaccessibile: é stato amputato, manca completamente. Le labbra sono state cucite tra loro da talmente tanto tempo che non se ne distingue piú nemmeno l’antica divisione.
“Puoi operarmi dottore? Puoi?”
“Certo Amina che posso. Possiamo rimettere un poco le cose a posto se tu vuoi. Ma tu lo vuoi?”
“Si, io voglio”.
“Lo sai che non possiamo far tornare proprio tutto tutto come prima?”
“Si, lo so”
“Perché allora lo vuoi, Amina, perché?”
“Perché quando sto con mio marito, lo sai che ho un marito italiano?”
“Si, me lo hai detto. E poi l’ho visto fuori che aspetta.”
“Ecco, quando io sto con mio marito, io..”
“Dimmi Amina, cosa vorresti che succedesse quando sei con tuo marito?”
“Io, io non voglio più sentir male”.

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