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Cinque sono i pilastri: la sottomissione a Dio, la preghiera, la carità, il digiuno e il pellegrinaggio alla Città Santa.
Rachid li elenca mangiandosi un po’ le parole nella bocca vuota abitata da un unico dente giallo.
Cinque come le cinque preghiere quotidiane, cinque come le cinque dita della mano, mano aperta di Fatima, la figlia del profeta, mano sinistra che a congiungere il pollice e l’indice non dice ok, come crede il pilota americano, ma scrive il nome di Allah, il misericordioso.
Ti ascoltiamo noi, cinici e affrettati, impazienti, scalpitanti, a metà di una tabella di marcia che è a metà di un viaggio ben studiato, che è a metà di un’estate programmata, che è a metà di un anno dagli obiettivi prefissati, che è a metà di un mutuo da pagare.
Ti ascoltiamo con sorriso cortese, comprensivo e sguardo fuggitivo, ormai affetti inguaribilmente da cronico deficit d’attenzione, come chi abusa di un isterico videogioco quotidiano. Un po’ sudati, un po’ affamati, in carenza sempre di qualcosa. Di sonno, di riposo, di soldi, d’affetto, di un bel week-end, di un po’ di tempo, di un amico vero, di una serata di quelle di una volta, di una pizza di quelle di una volta, di una macchina nuova, di una camicia nuova, di un marito nuovo, di una moglie nuova e ora nella fattispecie in lieve sofferenza per le troppe ore in astinenza da wi-fi.
Anche io vorrei elencarti, Rachid dall’unica zanna gialla, i nostri cinque pilastri.
Proprio a te che trasudi una pace incosciente e una calma che non capitalizza sufficientemente le risorse, non le ammortizza, non le ottimizza, con la tua placida sicurezza che mal si confà alla tua assenza di adeguati piani previdenziali, calcolati sulla aspettativa media di vita, sulla possibilità, Dio non voglia, di premorienza, e a tutto questo rispondi imprudente: se Dio vorrà, inshallah.
Primo: la sottomissione al profitto. All’usura legale, al capitale. Al nostro cronico bulimico bisogno di un denaro che serve a spendere denaro che serve a spendere denaro per trovarsi poi senza denaro e doverne ancora guadagnare.
Secondo: la preghiera che qualcosa ci venga poi a salvare. Un colpo di fortuna, una lotteria, che ci risolva tutto e che ci porti via. Che ci tolga velocemente dall’imbarazzo di dover ammettere che da soli non sappiamo manco da che parte iniziare. Per potercela scampare.
Terzo: l’egoismo distillato in purissima essenza che ci pervade l’esistenza. E il prossimo è una parola, con cui sciacquarci la coscienza.
Quarto pilastro: il bisogno di oggetti, di cose che si comprano, il terrore del digiuno. Avere e non fare, possedere, sempre le stesse quattro cose ma sempre nuove e nuove sempre meno, possibilmente senza osare, senza mai scegliere volontariamente di farne a meno o se proprio si è costretti soffrire sconsolati e sentirsi atrocemente menomati.
Quinto: il pellegrinaggio nei luoghi dove bisogna stare. Che qualcuno te lo comandi o che nessuno te lo faccia fare. Rigorosamente quando tutti ci possono vedere. E in alternativa ci si può sempre filmare. O fotografare. O farsi un selfie da linkare. Ipermercato, multisala a Natale, autostrada a mare, centro commerciale.
Eccoti i cinque pilastri Rachid, della nostra religione, visto che tu sei stato gentile e ci hai detto i tuoi.
Sono cinque come i peccati capitali meno due, cinque come l’ora a cui suonano le nostre sveglie, come le dita su cui contiamo le persone che dicono d’amarci e che sappiamo amare, come le ruote dell’auto che ci porta, compresa quella di scorta.
Tu tieniti la tua pace tranquilla, il tuo dente solo, il tuo Corano, la tua certezza placida di essere nelle mani di qualcuno che non ti lascerà mai solo.
Noi siamo d’altra stoffa, ci siamo emancipati, la nostra vita l’abbiamo presa in mano.
Poi l’abbiamo guardata e abbiamo detto “ma si, è lo stesso”.
E l’abbiamo gettata al cesso.

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