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Il signor Amedeo sta molto male.
La voce ha incominciato a correre tra noi condomini circa un mese fa, durante i soliti fugaci incontri in ascensore, nell’atrio, sui pianerottoli, nei pressi del citofono.
Sia chiaro: questo è un palazzo di gente che si fa i fatti propri e prima che ci si rivolga la parola deve succedere qualcosa di veramente apocalittico, come quando a gennaio dell’anno scorso si è guastato il riscaldamento centralizzato e per due giorni sembrava di stare in Lapponia.
E’ per questo che è una stranezza assoluta che ci si impicci dei fatti di un inquilino.
Il fatto però è che il signor Amedeo non può essere considerato un condomino qualsiasi. Non solo perché vive completamente solo e non ha nessuno che possa accudirlo, ma soprattutto perché rappresenta una specie di istituzione del palazzo. La signora Minniti, che vive qui da più tempo di tutti, parliamo del 1972 o al più tardi del 1973, ricorda di averlo già trovato installato al terzo piano, esattamente dove sta adesso, con l’aria di uno che in quell’appartamento ci abitava già da un bel pezzo.
E comunque, nonostante sembri esser qui sin dall’epoca stessa della costruzione di questi muri, del signor Amedeo non si può dire che si sappia molto. Ignoto a tutti è il lavoro che ha svolto, ammesso che ne abbia mai svolto uno. Mistero se abbia mai avuto una famiglia accanto. L’unica cosa che tutti indistintamente ricordiamo bene è di averlo sempre visto totalmente dedito a quella che sembra essere stata l’unica occupazione della sua vita: guardare la televisione.
Non si spegne mai la televisione del sig. Amedeo, come gli altiforni. Di notte, se aguzzi le orecchie, puoi sentirne il suono impercettibile andare avanti fino al mattino e di giorno costantemente, a volume lievemente più alto, senza mai una sosta, nemmeno quando il perenne telespettatore ancora usciva per il suo breve giro per negozi a comprare sempre le solite quattro cose: tre etti di pane, mezzo litro di latte, due pomodori, una fettina o un petto di pollo.
Sì, perché circa un mese fa, come si diceva, il sig. Amedeo ha smesso di farsi vedere fuori di casa per i suoi dieci minuti rituali e così la sig.ra Minniti ha trovato il coraggio di bussare per vedere se per caso non ci fosse qualcosa che non andava. Ci ha raccontato di averlo trovato proprio male il povero signor Amedeo, e di aver chiamato il dottore che ha detto che sarebbe stato meglio ricoverarlo in ospedale per accertamenti ma siccome in ospedale al momento non c’era posto, la signora ha preso ad andare due volte al giorno a casa sua a preparargli da mangiare, a cambiargli le lenzuola e a far prendere un po’ d’aria alle stanze.
E anche se è vero che qui tutti ci facciamo i fatti nostri, alla fine non ce la siamo sentita di lasciare alla signora Minniti tutto questo carico e così uno alla volta ci siamo offerti per dare una mano al sig. Amedeo e così è finita che siamo arrivati a darci dei veri e propri turni.
Ora, e qui veniamo al fatto, è successo che circa tre settimane fa la signora Torcelli, quella dell’interno 9, se n’è venuta fuori con un racconto ben strano. Tutta sconvolta ha riferito che la sera precedente, vedendo il malato addormentato, aveva pensato bene di spegnere il televisore. Probabilmente era la prima volta che in quell’appartamento succedeva una cosa simile. A suo dire a quel punto, quasi istantaneamente, il signor Amedeo aveva iniziato a parlare, come nel sonno. Dapprima non si capiva quello che stava dicendo ma poi, piano piano, la signora raccontava di aver riconosciuto un programma televisivo di tanti anni fa, che lei nemmeno sapeva più di ricordare, con tutte le voci e le musichette, per filo e per segno, che il sig. Amedeo faceva con la bocca tale e quale, preciso, come e meglio di un apparecchio televisivo.
Tutta sconvolta la signora Torcelli ha chiamato il signor Giusti e la signora Minniti, che stanno sullo stesso pianerottolo, e anche loro hanno confermato la cosa e il signor Giusti ha anche aggiunto di aver risentito distintamente una gag di Walter Chiari che all’epoca lo aveva molto divertito.
A quel punto la sera seguente abbiamo deciso di andare tutti a vedere cosa c’era di vero in quella faccenda e se lo strano fenomeno si ripeteva.
Quando io sono entrato in casa del malato c’erano già quasi tutti e si faceva fatica a passare o anche solo a vedere il letto del signor Amedeo, il quale peraltro se ne stava lì con gli occhi chiusi, apparentemente indifferente a tutto. Nel bisbiglio generale la signora Torcelli si è fatta largo, ha fatto cenno di far silenzio, si è avvicinata al televisore e, con gesto solenne, lo ha spento.
Quasi senza soluzione di continuità la bocca del sig. Amedeo ha cominciato a muoversi.
“Lei è un fenomeno, ispettore: non sbaglia mai” ha pronunciato distintamente e poi “Non è esatto! Anch’io ho commesso un errore: non ho mai usato la brillantina Linetti”.
Tutti sono rimasti letteralmente a bocca aperta e già stavano prendendo a rumoreggiare quando il malato, gonfiando e sgonfiando le guance, ha cominciato a riprodurre alla perfezione lo stacchetto di Carosello.
“La donna chic se vuole in tutti provocare uno choc, un’arma dura ed infallibile avrà e l’arma eccola qua, madames voilà. Calze Omsa!”
Dalla bocca sdentata del sig. Amedeo usciva la voce canterina delle gemelle Kessler e pure quella di Don Lurio che concludeva: “Omsa… che gambe!”
Quella sera, dopo Carosello, ci sentimmo un’intera puntata di Operazione Vega che i più giovani manco sapevano cos’era ma i più anziani riconobbero subito divertendosi da matti a riconoscere le voci di Aldo Giuffrè e Arnoldo Foà.
Dopo quella strana esperienza, vederci tutti dal signor Amedeo è diventato un rito serale imperdibile. Anzi, di più, si fa a gara per accaparrarsi i posti più vicini a lui e succede che alle otto e cinquanta, quando inizia Carosello, non si riesca più nemmeno ad entrare nella stanza.
La signora Torcello ormai ha il compito ufficiale di spegnere l’apparecchio televisivo e dare il via allo spettacolo.
“Pa pa pa pa pa parapapà!” attacca subito la voce del signor Amedeo.
“Le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni, vuol dire qualità” e ancora “Capitano, lo possiamo torturare ? Ma cosa vuoi torturare tu? Porta pazienza….” e via così.
Caballero e Carmencita con il caffè Lavazza, Susanna tutta panna, il pulcino Calimero.
Dopo Carosello c’è persino chi porta i bambini a letto e poi torna a godersi lo sceneggiato. Ci siamo già risentiti “A come Andromeda” con Ugo Pagliai e un bel pezzo dei Promessi Sposi con Nino Castelnuovo e Paola Pitagora.
Con il tempo abbiamo anche preso l’abitudine di portare ognuno qualche genere di conforto, bibite, un po’ di salatini e bisogna dire che è diventato proprio un bel rito, questo di stare a sentire il signor Amedeo.
E ce n’è per tutti. Gli appassionati di sport se la sono spassata un mondo l’altra sera con la finale della coppa Rimet, hanno esultato quando Boninsegna ha segnato e poi si sono addolorati della sconfitta come se stesse succedendo proprio in quel momento.
Ma la sorpresa più emozionante l’abbiamo avuta qualche sera fa quando alla solita ora dalla bocca del nostro Amedeo non è uscito l’atteso Carosello ma un servizio accorato e tragico sulla strage di Piazza Fontana, e quelli tra noi che potevano ricordare quei giorni hanno pianto cercando di nascondersi un po’, per non farsi notare.
Purtroppo ieri tutto è finito perché in ospedale s’è liberato un posto e il signor Amedeo se l’è portato via l’ambulanza.
“Confetto Falqui: basta la parola!” diceva il nostro malato con la voce di Tino Scotti e gli infermieri scuotevano la testa di compatimento mentre lo portavano giù per le scale.
“Cynar, contro il logorio della vita moderna!”
“Ma che ha inghiottito un’antenna questo?”
“Chiamami Peroni, sarò la tua birra”
“Si, come no, vieni Peroni che ce ne andiamo ai lungodegenti!”
Io però stasera non ce la faccio proprio a ritornare al silenzio del mio appartamento vuoto e mangiare da solo, come succedeva prima. E così ho pensato di fare un passo qui in ospedale a trovare l’Amedeo, raccontando di essere un parente.
Devono essere rimasti sorpresi qui in reparto dalla quantità di parenti del letto 7. Sì perché quando sono arrivato ho trovato tutto il condominio che aveva avuto la stessa mia pensata.
Ci siamo sentiti la prima puntata di “E le stelle stanno a guardare” con Giancarlo Giannini e Loretta Goggi e quando siamo usciti per tornare a casa ci siamo promessi che quando, be’, quando il signor Amedeo non ci sarà più, non la perderemo più questa abitudine di vederci la sera, magari una volta o due alla settimana, come facevano i miei nonni che andavano al bar a vedere la televisione.
Che a quanto pare loro lo sapevano bene e poi noi ce ne siamo scordati, di quanto aumenta il peso di questa vita, a portarlo da soli.

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