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Se penso che stiamo parlando solo dell’altro ieri mi sembra una cosa incredibile, pazzesca, roba che se me lo chiedessero ora direi che è passato almeno un secolo, forse di più, talmente si fa fatica a credere che in così poco tempo non sia rimasta traccia della vita che facevo fino all’altro-altro ieri, il giorno prima dell’altro ieri.
Eppure è tutto vero.
E pensare che andava avanti nello stesso modo da tanto di quel tempo che se avessi incontrato il me stesso che ancora non aveva iniziato a fare la vita che facevo io fino all’altro-altro ieri, gli avrei detto qualcosa tipo “Pussa via, moccioso, prendi su le tue braghe corte e torna a giocare con le biglie”.
E nemmeno si può dire che ci fossi arrivato in un attimo, ad accettare quell’esistenza scandita e sempre uguale. O che si trattasse di abitudini tanto presto acquisite quanto facili da dimenticare. Col cavolo.
A vivere dentro quel flipper mi ero abituato standoci ogni giorno un minuto di più del giorno precedente, fino a vederlo diventare pian piano la mia unica casa. Un bel giorno che ormai nemmeno ricordavo più, qualcuno aveva messo la prima molla sulla mia strada, poi un altra, un bordo di gomma, una strettoia, un tunnel, due sportellini, la botola del bonus ed infine il vetro a sigillarmi lì dentro per bene e io, quasi senza accorgermene, avevo impersonato sempre più coscienziosamente il mio ruolo di pallina del flipper.
Alla mattina mi svegliavo con la bocca cattiva, mi lavavo, mi vestivo di malavoglia, disponevo il culo all’aria e lo stantuffo a molla mi tirava una bella pedata e mi spediva al lavoro. Io facevo percorsi apparentemente sempre diversi, rimbalzavo, sbattevo, scivolavo ma alla fine del piano inclinato sempre lì finivo per tornare, fra le due palette e poi nel buco che mi riportava nel mio salotto dove mangiavo troppo, bevevo troppo e mi addormentavo fino alla pedata del mattino seguente.
Anche l’altro-altro ieri era andata così e nessun segnale aveva dato ad intendere che quel giorno sarebbe stato l’ultimo della serie infinita dei giorni che avevo messo in fila fin lì. Con la sua dose di piccoli insignificanti episodi lavorativi che avevano assunto ai miei occhi le dimensioni ragguardevoli di cose serie. Con qualche screzio idiota con i colleghi che già minacciava di diventare uno psicodramma su cui rimuginare e di cui parlare per settimane. Con tutto il suo corteo di cose da nulla che aveva mimato, come sempre, una vera esistenza.
E così, a sera, mi ero addormentato come tutte le altre sere per poi svegliarmi, infelice e pacifico, nell’altro ieri, il giorno fatidico.
Ad essere sinceri i primi minuti della prima mattina della mia nuova vita avevano avuto la solita faccia di tutte le altre precedenti.
Mi ero vestito nel solito modo, avevo sorseggiato il solito caffè con lo sguardo perso nel nulla, ero stato colto da qualche fugace sprazzo di verità che avevo subito scordato e me ne stavo lì ad aspettare il solito botto della pedata nel sedere, quando invece di botto ne è arrivato un altro, altrettanto improvviso, come una bomba, contro la mia porta di casa.
Silenziosi come fantasmi gli uomini con i passamontagna neri hanno fatto irruzione nel mio salotto.
Pochi fotogrammi e mi sono trovato con un cappuccio in testa e le mani legate da una fascetta di plastica dietro la schiena.
A spintoni mi hanno fatto scendere le scale, salire in una macchina e mi hanno portato via in un tripudio di sirene da assordare un sordo.
Quando mi è stato tolto il cappuccio ero in una stanza semivuota e senza finestre, illuminata dallo squallore di un neon. Tutto l’arredamento consisteva nella sedia su cui stavo seduto e in un tavolo, di fronte a me, con una bottiglia d’acqua e un bicchiere di plastica.
Ero conscio del fatto che la mia testa avrebbe dovuto viaggiare all’impazzata cercando disperatamente di capire, di razionalizzare, di dare una spiegazione a quella situazione assurda in cui mi trovavo e invece mi guardavo non far nulla di tutto ciò. L’unico modo in cui sapevo reagire era starmene lì seduto e sentirmi pervaso da una calma assoluta.
L’intera giornata è passata così, senza che nessuno si facesse vivo.
Credo di aver pensato molto in quelle ore anche se ma non ricordo bene a cosa. Ad un certo punto so di aver realizzato che era la prima volta in vent’anni che saltavo un giorno di lavoro. Sorso dopo sorso ho bevuto l’acqua, ho sonnecchiato, ho atteso, mi sono stiracchiato e, quando già stavo cominciando a pensare di stendermi sul tavolo per passare la notte, è entrato un uomo con la giacca grigia che mi ha comunicato che c’era stato un deprecabile errore dovuto ad un’omonimia, si è scusato, mi ha dato la mano e ha detto che potevo andare.
Fuori era buio.
Non rientravo a casa così tardi da non so quanto tempo. Guardavo i marciapiedi, le luci, sentivo i miei passi un po’ anchilosati schioccare sul lastricato e mi sembrava di guardarmi da fuori, di non essere più nemmeno me stesso. E anche quando avrei dovuto sentirmi di nuovo al sicuro, varcata la soglia della mia porta sfondata, e provare il sollievo usuale del ritorno, sono stato colto da una sensazione nuova, che non avevo mai sperimentato. Ho avuto l’impressione netta di soffocare tra quelle mura, letteralmente, non so dire il perché, e così sono uscito di nuovo. Ho mangiato una pizza da solo, nel primo locale sotto casa e quando ho trovato il coraggio di rientrare, ho spalancato tutte le finestre e ho dormito sul divano, ancora vestito, di un sonno riposante e perfetto fino al mattino.
Nemmeno per un attimo ieri, il secondo giorno della mia nuova vita, ho pensato di alzarmi e dispormi come sempre in posizione di lancio in attesa della pedata che doveva spararmi nel flipper. Ho telefonato al lavoro raccontando brevemente la mia avventura, ho comunicato di essere ancora sotto choc e di aver bisogno di qualche giorno per riprendermi. Ho messo giù e ho pensato: col cavolo che mi rivedete.
Poi sono uscito e ho passato l’intera giornata in giro. Ho bighellonato tutto il giorno come non avessi fatto altro nella vita e mi sono persino comprato una chitarra che avevo smesso di suonare da anni. La sera l’ho passata sul divano a provare vecchie canzoni con il fresco della sera che allagava la stanza dalle finestre spalancate.
E così eccomi ad oggi, il dopodomani dell’altro ieri.
Sveglio da pochi minuti me ne sto qui a ripensare agli eventi di questi giorni. Appoggiata sulla poltrona la mia chitarra nuova sembra aspettarmi seduta, con i suoi fianchi da donna, il suo occhio prigioniero e le sue ciglia di metallo.
Potrei metter su un negozio di chitarre, penso, magari lo faccio, sarebbe bello, bisogna che mi faccia due conti.
Resto ancora un po’ ad occhi chiusi e penso che in fondo avevo bisogno solo di una piccola spinta, niente di che.
E lo so che avrei dovuto essere in grado di liberare la mia vita da solo.
E che magari è stato un po’ da spostati affidarsi all’amico poliziotto per metter su tutta la pantomima dell’irruzione e dell’arresto, ma so anche che se non avessi fatto così, di uscire dal flipper con le mie sole forze, mai e poi mai sarei stato capace.

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